Archeologia e archeomafie: Morgantina, la polis ritrovata

Scritto da
Alice Laspina

Si narra che nel lontano 1922 Howard Carter, uno dei due archeologi che scoprì la tomba di Tutankhamon, davanti alle raffinate decorazioni e alla ricchezza di statue e ori ammutolì, fin quando affermò: «Vedo qualcosa di meraviglioso».
Forse questo pensiero, almeno per un istante, passa nella mente di chi, nel cuore della notte, scava buche profonde nel terreno, alla ricerca di tesori da trafugare. Ma qui inizia una di quelle storie così frequenti in Italia, paese di innumerevoli ricchezze archeologiche, che preferiremmo non raccontare.
Tema portante di questi miti, tutti fondati, è il traffico illecito di reperti antichi. Spesso affiancato dalla mano della mafia. I protagonisti sono gli scavatori clandestini, i cosiddetti “tombaroli”, ma anche insospettabili collezionisti e direttori di musei internazionali.
I luoghi sono i più diversi. La nostra storia comincia in un paese nel cuore della Sicilia, abbarbicato sui monti Erei, tra campi aridi e strade dissestate.
Aidone, comune in provincia di Enna, ospita una delle maggiori attrazioni siciliane, il sito archeologico di Morgantina, polis ellenistica i cui resti presentano uno straordinario stato di conservazione. La sua fama internazionale, macchiata dalla storia degli scavi clandestini, può vantare oggi il ritorno in patria di reperti archeologici di grandissimo valore: nell’ordine, una coppia di statue acrolitiche arcaiche, il tesoro di argenti ellenistici, la Dea di Morgantina, statua tardo classica prima nota come “Venere di Malibu” o “Afrodite Getty “, e infine la Testa di Ade (325 a.C.), terracotta soprannominata “Barbablù” per la caratteristica barba di un blu acceso.
Barbablù è tornato ad Aidone grazie alla ricerca dell’archeologa Serena Raffiotta, catanese di nascita e aidonese per vocazione. E’ lei la voce narrante del nostro racconto.

Quando è nato il tuo interesse per l’archeologia e per le bellezze storiche di Aidone?

«La mia famiglia ha origini aidonesi e, anche se ho sempre vissuto a Enna, considero Aidone come il mio paese. Dico sempre che ho imparato a camminare calpestando cocci: sin da bambina ho trascorso le mie estati nella casa di campagna a Morgantina, a due passi dal sito archeologico. Guardarmi intorno circondata da antiche rovine era per me la cosa più normale del mondo, così come raccogliere frammenti e divertirmi a lavarli per vedere se avevano decorazioni o tracce di vernice nera era uno dei miei passatempi. Tutto questo, oltre alla grande passione “contagiosa” di mio papà per la storia antica, ha condizionato le mie scelte future: sia la scelta di studiare Archeologia all’Università di Catania, sia la scelta di rimanere in Sicilia, terra ricca di storia».

La Testa di Ade, soprannominata "Barbablù" dalla stessa Raffiotta, che ha tenacemente contribuito a riportarlo ad Aidone tra il 2013 e il 2014.

La Testa di Ade, soprannominata “Barbablù” dalla stessa Raffiotta, che ha tenacemente contribuito a riportarlo al Museo Archeologico Regionale di Aidone nel 2010.

Negli anni Ottanta-Novanta, gli “anni d’oro” del traffico illecito dei reperti archeologici, forse i cittadini aidonesi non percepivano il danno al bene storico e artistico comune. Di certo Serena Raffiotta, nata nel 1976, non aveva l’età per fare delle riflessioni sul fenomeno. «Però mi rendevo conto che esisteva e che aveva implicazioni più gradi di quanto potessi immaginare».

In quegli anni, il “tombarolo” si poteva identificare quasi sempre con l’agricoltore o l’allevatore che, in difficoltà economiche, trovava nello scavo clandestino un modo per “arrotondare” a fine mese. «Ma da quello che percepisco da non addetta ai lavori», continua Raffiotta, «credo sia cambiato qualcosa. Purtroppo è un fenomeno che persiste, favorito dalla crisi economica e dalla disoccupazione. Ho però la sensazione che mentre in passato esistevano intere famiglie dedite a questo “mestiere”, oggi si tratti di “tombaroli” occasionali, persone che si improvvisano tali e che non si occupano di quest’attività con continuità».

La Dea di Morgantina, nota al pubblico americano come "Venere di Malibu", quando si trovava al Getty Museum di Los Angeles.

La Dea di Morgantina, nota al pubblico americano come “Venere di Malibu” quando si trovava al Getty Museum di Los Angeles.

Grazie alle confessioni dell’aidonese Giuseppe Mascara, tombarolo “pentito”, nel 1988, si è saputo dei trafugamenti degli acroliti e degli argenti di Morgantina. Da indagini più complesse, invece, si è arrivati alla restituzione della Dea di Morgantina e, infine, la ricerca archeologica di Serena Raffiotta, partita dalla stesura della tesi di specializzazione, ha identificato le origini della Testa di Ade.
Si delinea una fitta rete di relazioni che partono dall’Italia e toccano Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti; dai terreni di campagna saccheggiati dell’Italia centro-meridionale alle sale di importanti musei d’oltreoceano, come il J. P. Getty Museum, che solo nel 2010, dopo molte resistenze, ha annunciato la restituzione “volontaria”  della statua della Dea, in realtà tornata nell’ennese dopo un iter sofferto. Ma oggi i reperti archeologici sono più tutelati da questo punto di vista?

«Da quando alcuni musei internazionali sono stati costretti alla restituzione di opere d’arte e pubblicamente accusati di traffico illecito e ricettazione, come nel caso eclatante del Getty Museum di Los Angeles, la cui curatrice Marion True è stata processata a Roma nel 2005, possiamo immaginare che le istituzioni museali straniere siano più prudenti nelle acquisizioni. Tuttavia le aste continuano a pullulare di reperti e, conseguentemente, di acquirenti; a me personalmente risulta difficile immaginare che tutte queste opere d’arte in vendita abbiano certificazioni di provenienza regolari».

Eppure, collocare i reperti archeologici nel loro contesto d’origine è una questione cruciale per gli studiosi, a maggior ragione quelli che quel contesto l’hanno abbandonato forzatamente, perché rivenduti e acquistati da trafficanti d’arte. Conferma Raffiotta: «La motivazione più importante a sostegno del rimpatrio di un reperto nella legittima terra di provenienza è il fatto che lo stesso si riappropria del contesto culturale e storico-artistico che lo ha creato. Quando la stampa si accanisce, per fare un esempio, contro il museo di Aidone perché poco frequentato e valorizzato, sostenendo che la statua della dea di Morgantina sarebbe stato meglio lasciarla negli Stati Uniti, bisogna replicare spiegando che in America quella statua era muta, non raccontava nulla di sé, anche se apprezzata da migliaia di visitatori per la sua indiscutibile bellezza. Riappropriandosi del proprio contesto di provenienza, Morgantina, oggi quella dea ci racconta la vita religiosa dell’antica città, testimone di culti e riti di un grande centro urbano della Sicilia antica tutelato dalla grande dea in quanto terra dedita all’agricoltura».

Negli anni in cui le immagini di devastazione di immensi patrimoni culturali ad opera dell’Isis satura i canali mediatici, appare sempre più importante il ruolo di studiosi appassionati, e per questo coraggiosi, per promuovere l’educazione al paesaggio, al patrimonio artistico e perché no, anche alla legalità.
Si può cominciare dagli adulti o dai più piccoli, dalle grandi città o da un piccolo paese dell’entroterra siciliano.

In copertina: Il teatro di Morgantina dopo il restauro (2005)

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