Arlecchino, il migrante sociale

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pequodrivista

Bergamo al tempo del Rinascimento non è che brillasse per fermento culturale o grandi corti di intellettuali. C’era cultura a Bergamo, ma non c’era una cultura bergamasca e salvo i colti festini della cricca del Colleoni, il resto della popolazione guardava alla Serenissima con la voglia di prendere e partire. Sia gli intellettuali che i popolani sentivano il bisogno di una nuova linfa vitale: molti decisero di andarsene dalle impervie valli per dirigersi verso città portuali come Pisa, Livorno, Genova e Venezia, dove i bergamaschi di montagna, laboriosi e forzuti, erano molto ricercati.

Facchino, manovale, servo erano i lavori più abbordabili nonché i più degradanti e, come accade ancora oggi: “Maledetti questi bergamaschi che ci rubano il lavoro!”. Dalla loro però avevano da giocarsi la carta della simpatia: un aspetto ridicolo, il gozzo – causato da acque cattive e pessima alimentazione – che gonfiava il collo e un dialetto molto stretto, ma che fornì a queste persone l’occasione di diventare degli attori professionisti.

Claudia Contin "Arlecchino", attrice italiana che porta in scena la più nota delle maschere maschili

Claudia Contin “Arlecchino”, attrice italiana che porta in scena la più nota delle maschere maschili

L’ “Arte” della Commedia, infatti, altro non è che “mestiere”, e i nuovi protagonisti della scena avevano mestiere da vendere: abilità diverse (canto e ballo, recitazione e acrobazie) si adattavano all’esile drammaturgia dei ‘canovacci’, in un continuo alternarsi di comico e drammatico, di battibecchi tra borghesi saccenti e Zanni sempliciotti ma efficienti e delle romanticherie degli innamorati; trame semplici e ‘tipi fissi’ che attirano il favore di ogni tipo di pubblico.
Il segreto del fascino della Commedia dell’Arte stava nell’improvvisazione, una ricerca lunga una vita che non ha nulla a che fare con l’incompetenza. Pensate a qualcosa come una jam session: in scena gli attori improvvisavano sul testo affiancando alle battute collaudate i detti popolari e riferimenti ammiccanti all’attualità del posto; attori che assimilavano qualsiasi forma spettacolare incontrata in viaggio, rinnovando continuamente la propria presenza scenica.

Accademici ed ecclesiastici aberravano tutto questo ciarlare nelle piazze: «i loro costumi sono questi: il saper vivere sempre per le osterie, l’essere vagabondi, spergiuri, ciarloni, puttanieri, giocatori e per corona di tutto bugiardi sopraffini». Le loro donne? Catalogate come «puttane erranti».
Già l’essere attori faceva di loro persone al limite della società; aggiungeteci il fatto di non vivere stabilmente a corte, sotto le dipendenze di un nobile signore, ma per strada: la piazza era il palcoscenico. Perché piacevano questi Zanni? Perché parlavano di tutto il popolo, del contadino bergamasco e dello schiavo veneto, dello spocchioso capitano di ventura e del dottore intellettualoide. La società che li accoglieva, nel bene e nel male, era l’ispirazione per lo sviluppo di trame rocambolesche dove gli unici obbiettivi dei servi Zanni e Arlecchino erano mangiare, bere e concludere qualcosa con la servetta di turno.

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Ma dietro la maschera c’è molto di più: tra coriandoli e stelle filanti, nel Carnevale riaffiora un rito antichissimo, il gioco magico e religioso del travestimento che è alle origini della storia dell’uomo.
Dietro la maschera c’è un attore che sfida i propri limiti, che smaschera bugie e lusinghe della parola e della mimica facciale rivelando la verità del linguaggio del corpo.
Dietro la maschera c’è un uomo che si trasfigura per adattarsi o opporsi a una nuova società, ieri come oggi.

Con buona pace degli aristocratici, i comici dell’arte hanno avviato una grande rivoluzione teatrale e sociale. La Commedia dell’Arte è alle origini del teatro moderno, fatto di attori professionisti e pagati, ma anche dell’emancipazione della donna, per la prima volta accolta su un palcoscenico senza dubbi sulla sua moralità, e dell’emancipazione sociale di chi, vagabondo per necessità, ha fatto dell’itineranza una scelta di vita o, almeno, un viaggio alla scoperta dell’altro e di se stesso.

Articolo di Sara Alberti e Alice Laspina

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