Bojack Horseman

Scritto da
Simone Buzzi Reschini

Neflix è sempre di più sulla bocca di tutti. Infatti dopo l’ufficializzazione del suo arrivo in Italia questo autunno (ad ottobre per essere precisi) l’attesa cresce, insieme alle già enormi aspettative sul servizio. Do quindi per scontato che il lettore conosca quantomeno i titoli di punta della piattaforma, ma di questo ne abbiamo già parlato qui.

Oggi invece voglio proporvi una serie che nel Bel Paese è ancora pressoché sconosciuta, ma che mi ha colpito molto, per uno svariato numero di ragioni. Mi riferisco a Bojack Horseman, che ha esordito il 22 agosto 2014 con la prima stagione, accompagnata da uno speciale natalizio reso disponibile il 19 dicembre, mentre la seconda vedrà il suo debutto il 17 di questo mese.

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E ora viene il difficile. Riuscire a dare la definizione di un prodotto del genere infatti non è certo impresa agevole. Possiamo iniziare ascrivendola al genere delle cosiddette adult animation, dove l’animazione appunto si associa a un tipo di comedy dai toni cupi, dark, e dove le tematiche scavano oltre la superficialità della sitcom, rendendola per certi tratti più simile a un drama. Roba per adulti insomma. Il paragone più immediato sarebbe con Archer su FX, o Bob’s Burger prodotto dalla FOX. Ma come vedremo, la storia non è così semplice.

L’ideatore della serie e la sua disegnatrice, Raphael Bob-Waksberg e Lisa Hanawalt, sono entrambi esordienti, ma nonostante questo il budget per la realizzazione dei 12 episodi della prima stagione non può certo definirsi irrisorio. Un bel rischio quindi, ma la faccenda si fa più interessante. Entriamo dunque nel vivo parlando dell’ambientazione. Siamo in un mondo in cui uomini e animali antropomorfizzati vivono (più o meno) felicemente insieme. Primo requisito per immergerci nel mondo di Bojack è perciò la sospensione dell’incredulità, che ci catapulta nella Hollywood più strana che abbiate mai visto: uccelli paparazzi, procioni senzatetto, Andrew Garfield, Beyoncé, Quentin Tarantulino (letteralmente una tarantola), regista famoso per rivitalizzare attori dimenticati, come Lassie in Reservoir Dogs (ovviamente!).

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Il protagonista, che dà il nome alla serie, è un cavallo, Bojack Horseman, attore di successo in una sitcom degli anni ’90, Horsin’ Around, ora semi-dimenticato, il cui unico desiderio è quello di piacere agli altri. Il doppiatore è Will Arnett, che viene affiancato da un cast d’eccezione: Diane Nguyen, la ghostwriter che ha il compito di scrivere le memorie di Bojack è Allison Brie (Mad Men, Community); il suo ragazzo, un cane di nome Mr. Peanutbutter, protagonista di una sitcom di successo (Mr Peanutbutter’s House) che ricalca palesemente Horsin’ Around, è Paul F. Thompkins; poi c’è Todd, uno scansafatiche disoccupato che vive sul divano di Bojack da cinque anni ed è doppiato da Aaron Paul (il Jesse di Breaking Bad); infine c’è Princess Carolyn, una gatta, ex di Bojack e sua attuale agente, vociata da Amy Sedaris.

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La serie inizia abbastanza lentamente, strappa qualche risata, ma ci mette un po’ ad entrare nel giusto mood, che però puntualmente arriva a partire dalla sesta/settima puntata (sistema che sembra ormai utilizzato per tutte le serie Netflix). Alcuni episodi di questa seconda parte di stagione sono autentici gioielli. Si iniziano a trattare diffusamente temi ambiziosi come la depressione, la solitudine, il successo, la superficialità della società contemporanea, il razzismo, ma più di tutti la riflessione su se stessi e sulla propria identità. La parabola di Bojack in questa stagione è sorprendente e, con un paragone azzardato, si potrebbe dire che passa dall’essere un personaggio alla Peter Griffin, per ritrovarsi nei panni di un Don Draper.

Inoltre rappresenta la quintessenza di Netflix e del binge-watching, in quanto essendo composta da episodi brevi (sui 20 minuti), va bevuta a grandi sorsate per apprezzarne a pieno il gusto dolce-amaro. Ve lo assicuro, non esistono altre serie come questa. Bojack Horseman raggiunge una profondità inaspettata, segnando con forza, a mio parere, il panorama televisivo contemporaneo.

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