Carlo Magno e il canto gregoriano: qui volano colombe

Scritto da
Sara Alberti

Oggi parliamo di canto gregoriano, ma prima occorre far chiarezza sul guazzabuglio medievale che lo circonda. I personaggi principali di questa storia? Il mitico Carlo Magno, papa Gregorio I e un monaco ficcanaso.

Probabilmente con un intervento più significativo di grandi compositori alla stregua di Bach e Beethoven, Carlo e la sua verve incontenibile portarono una svolta colossale nella storia della musica. Ma procediamo con ordine e partiamo dall’inizio.

carlomagno_expo

Dopo l’alleanza dei Franchi con il papato, punto chiave della strategia di espansione, Carlo riunisce tutte le popolazioni cristiane dell’impero e si fa incoronare da Leone III con la pretesa di assumere le stesse cariche che avevano gli imperatori romani. Dopodiché si prende la briga di definire un rituale religioso che fosse praticato egualmente in tutto il regno: per tutti le stesse parole, gli stessi canti e la stessa musica, unendo gli stilemi del rito gallicano e di quello vetero-romano. Questo perché la situazione stava degenerando in innumerevoli riti locali che avrebbero intralciato i loro piani di conquista e unificazione politica, che ben sappiamo andare a braccetto con la sua unificazione religiosa.

Quel che ne venne fuori fu inevitabilmente un prodotto ibrido, frutto delle contaminazioni reciproche. Le differenze tra i due tipi di canto esistevano eccome! Il canto vetero-romano faceva grande uso di microtoni (intervalli più piccoli di un semitono); motivo di difficoltà per i Franchi che non erano abituati a questo sistema di altezze. Per capirci, è come se di punto in bianco noi dovessimo imparare i canti delle popolazioni arabe e magrebine… Di certo le nostre orecchie, abituate a dividere l’ottava “soltanto” in dodici semitoni, troverebbero molto difficile quest’operazione. In conclusione, Carlo e soci optarono per la creazione di un nuovissimo tipo di canto prodotto dalla fusione dei due repertori: il canto franco-romano.

Alt! Ma come poteva la Chiesa accettare quest’innovazione senza una base biblica che la giustificasse?
Si narra infatti che papa Gregorio I, regnante intorno al 600 – due secoli prima di Carlo, dettasse i suoi canti ad un monaco da dietro il suo paravento, facendo però delle pause molto, ma molto, lunghe tra un dettato e l’altro. Il monaco curioso un giorno alzò un angolo del paravento per sbirciare il santo padre durante uno dei lunghi silenzi e meraviglia! Vide una colomba appollaiata sulla spalla di Gregorio che gli suggeriva frase dopo frase: era dunque lo Spirito Santo ad aver inventato il nuovo canto! E aveva scelto di diffonderlo tramite il venerato santo papa, dando alla luce così il canto gregoriano, detto anche canto fermo o canto pianocantus planus.

Questo canto d’ origine divina non poteva essere ovviamente trasmesso affidandosi alla memoria dei cantori, come avveniva in passato, ma doveva rimanere immutato per le generazioni future. Così, per la prima volta nella storia della musica, svanisce lentamente nel canto liturgico la pratica dell’improvvisazione per dare spazio e importanza al testo musicale.

Per imparare questi nuovi canti ci si avvaleva di quelle che noi oggi consideriamo le prime forme di scrittura musicale: i neumi. Si tratta di linee poste sopra il testo cantato che seguono l’andamento melodico della frase. Una scrittura mnemonica che serviva per ricordare qualcosa che già si conosceva e che introduce i parametri di altezza e di durata musicale.

Tu_es_deus

Categorie Articoli:
Musica

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza cookie terzi per le sue funzionalità. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.
Pequod