Case passive: un’architettura ecosostenibile

Scritto da
Margherita Ravelli

In tempi in cui l’ecosostenibilità è diventata un’esigenza più che una tendenza, il mondo è alla disperata ricerca di nuove soluzioni rispettose dell’ambiente e in grado di evitare sprechi energetici. Sebbene il progresso sia una delle cause intrinseche degli attuali problemi ambientali, il progresso stesso può e deve escogitare soluzioni environmental-friendly. L’innovazione green deve iniziare dalle nostre case, diventare protagonista del nostro quotidiano. Solo così il cambiamento positivo può avere una speranza concreta di prendere piede e generare una vera e propria rivoluzione nel modo dell’uomo di rapportarsi all’ambiente.

Già da tempo l’architettura è consapevole delle potenzialità di una progettazione ecosostenibile nella lotta comune a favore dell’ambiente. È infatti nel 1988 che nasce il protocollo Passivhaus, dalla collaborazione tra lo svedese Bo Adamson e il tedesco Wolfgang Feist. I due architetti, finanziati in parte dalla Repubblica Federale Tedesca, ebbero la possibilità di realizzare delle Passivhaus, “case passive”, che fino ad allora avevano rappresentato solamente un’idea, un concetto puramente teorico, seppure interessante.

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Ma che cosa è una casa passiva? Una casa passiva è un edificio in grado di coprire la maggior parte del fabbisogno energetico per il riscaldamento o raffrescamento ambientale interno mediante l’utilizzo di dispositivi passivi. In altre parole, un edificio passivo non ricorre ad impianti termici tradizionali, poiché è in grado di mantenere un’adeguata temperatura al suo interno senza impiegare energia, o utilizzandone una quantità minima. Le case passive sono quindi quasi totalmente autosufficienti e capaci addirittura di produrre ed accumulare un surplus energetico convertibile anche in energia elettrica, oltre che termica.

Questa definizione trova una dimostrazione tangibile nel primo esemplare di Passivhaus realizzato nel 1991 da Feist a Darmstadt, in Germania. Le quattro villette a schiera progettate secondo il protocollo Passivhaus sono tuttora attive e consumano soltanto 10 kWh al metro quadrato, una cifra davvero irrisoria. Alla base del progetto di Wolfgang Feist c’è la semplice ma fondamentale intuizione che tutto possa produrre calore in una casa, dal sole alle persone che ci vivono fino agli elettrodomestici. E il successo di questa intuizione è dovuto non solo all’evidente risparmio energetico ed economico, ma anche alla spendibilità del progetto: potenzialmente tutti gli edifici possono diventare passivi.

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Quali sono gli strumenti e le caratteristiche della Passivhaus? Contrariamente a quanto si possa credere, non ci sono particolari vincoli sul materiale in cui debbano essere costruite le case passive: legno strutturale, cemento armato o mattoni possono egualmente essere i materiali di costruzione di una casa ecosostenibile ed autosufficiente dal punto di vista energetico. L’architettura passiva sfrutta le proprietà intrinseche di ciascun materiale, essendo a conoscenza della capacità di ciascuno di accumulare e rilasciare calore. Pannelli solari, pompe di calore, serbatoi d’acqua e strati di materiali diversi a costituire le pareti: questa la chiave del funzionamento delle case passive. Sfruttando dunque le energie rinnovabili questo tipo di architettura promuove l’armonia fra uomo e ambiente, dimostrando che una maggiore conoscenza della natura e delle materie prime può rappresentare un vantaggio per gli esseri umani senza tuttavia implicare per forza uno sfruttamento delle risorse.

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Come si è evoluto il sistema della Passivhaus dal 1991? Dalle villette di Darmstadt è stata fatta molta strada, afferma Feist, che oggi dirige il Passive House Institute and International Passive House Association. Nel 2013 erano 50.000 gli edifici costruiti secondo gli standard della casa passiva. E non sono soltanto unità residenziali: uffici, scuole, palestre, alberghi, supermercati e piscine sono stati costruiti secondo i parametri ecosostenibili e a risparmio energetico. Anche i confini geografici non rappresentano un limite alla Passivhaus, i cui principi fanno sì che il modello possa funzionare in qualsiasi condizione climatica. Così scrive infatti Feist: «dieci candeline o perfino il calore corporeo di quattro persone sarebbero sufficienti per riscaldare una casa passiva di 20 metri quadri in pieno inverno, anche in zone dal clima particolarmente freddo».

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La casa passiva è quindi qualcosa di vero, efficace e fattibile, senza limiti apparenti. Tuttavia attualmente questi edifici sono diffusi principalmente in Germania, Austria, Paesi Bassi e altri paesi del Nord Europa. Anche in Italia esiste un numero piuttosto significativo di esperienze simili. Tuttavia a livello normativo vi è ancora molta strada da percorrere prima che questo brillante modello di architettura ed edilizia rispettosa dell’ambiente diventi davvero lo standard delle costruzioni del presente e del futuro. L’Austria finora sembra essere il modello da cui prendere esempio: dal 2015 la casa passiva è lo standard prescritto per tutti gli edifici, senza considerare che già dal 2007 questo standard era stato reso obbligatorio nella regione austriaca del Vorarlberg. La speranza è che la diffusione della Passivhaus e la sua innegabile efficienza ci convincano ad essere più lungimiranti quando si tratta di energia e soprattutto che l’uomo capisca veramente gli indubbi vantaggi del saper vivere in armonia con l’ambiente.

 

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