Dalla ricerca personale alla condivisione: l’intervista a Maschile Plurale

Scritto da
Sara Alberti

Parliamo al maschile. Cosa s’intende per IDENTITA’ MASCHILE? A dare una risposta concreta e ben strutturata ci pensa l’associazione Maschile Plurale, nata nel 2007 «sulla spinta di singoli e gruppi di uomini che da tempo si interrogavano sull’identità maschile».

Gianluca Ricciato, uno dei membri dell’associazione, mi spiega meglio il contesto che diede i natali a Maschile Plurale: «Fin dagli anni Novanta si sono diffusi sul territorio italiano gruppi di riflessione e condivisione in cui gli uomini partivano da sé e si raccontavano le proprie vicende biografiche legate a vari temi (sessualità, relazioni, rapporto con le donne e con gli altri uomini, genitorialità, ecc). In quegli anni vedevano la luce anche alcuni articoli di uomini che cercavano di dare un proprio punto di vista sessuato rispetto a problemi scottanti ed emergenti, come ad esempio le discriminazioni di genere e la violenza maschile contro le donne».

Maschile Plurale punta quindi sia a dare una forma più stabile a queste esperienze, sia per affrontare le continue richieste di partecipazione ad eventi e progetti. Continua Gianluca: «ma la realtà che da vita a Maschile Plurale è tutt’ora simile ad una rete e la caratteristica principale rimane, come dice il nome, la pluralità. Nell’obiettivo comune di favorire nuove forme di mascolinità che superino il sessimo e il patriarcato».

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Uomini che partecipano. I primi gruppi “storici”, ancora attivi e successivamente confluiti nell’associazione, nacquero a Pinerolo, Torino, Milano, Verona, Bologna, Viareggio, Roma e Bari. Una rete che si espande e si amplia con altre città molto attive come Parma, Livorno e Napoli, insieme ad altri centri nei quali Maschile Plurale è presente in modi diversi dai gruppi di condivisione.

Sparsi in tutta Italia, “da Pinerolo a Palermo”, la loro principale attività è quella della continua ricerca sul tema. Dalla ricerca personale e dalla condivisione nascono le collaborazioni. Gianluca mi spiega che i primissimi interventi partirono in collaborazione con i Centri Antiviolenza, cioè a fianco di donne impegnate da anni nell’assistenza e l’aiuto di altre donne vittime di violenza maschile. Concretamente «si tratta di partecipazione a iniziative pubbliche, campagne di sensibilizzazione, percorsi educativi nelle scuole, ma anche pubblicazioni di testi, adesioni a manifestazioni pubbliche su diverse tematiche di genere: ad esempio al Napoli Pride in cui alcuni siamo coinvolti direttamente, oppure la rete Educare alle Differenze che il prossimo weekend si ritroverà a Bologna. Negli ultimi anni, alcuni di noi hanno seguito dall’interno la nascita di Centri per uomini autori di violenza, che si sono affiancati a progetti già esistenti e con cui eravamo già in rete come lo sportello telefonico del Cerchio degli Uomini a Torino». E ancora, la partecipazione al progetto Five Man, insieme alla rete D.i.Re (Donne in Rete contro la Violenza) e a D.P.O. (Dipartimento delle Pari Opportunità), che ha organizzato 40 incontri in alcuni istituti italiani di scuola media superiore.

I problemi da affrontare? Moltissimi e di varia natura: la sopravvivenza economica dell’associazione, la possibilità di agire su questi temi in una società ancora fortemente machista e sessista e, più internamente, la capacità di tenere le fila e organizzare le tante voci e attività. Si aggiunge anche il problema di «una rappresentazione esterna di Maschile Plurale a volte fuorviante, come se fossimo una specie di “partito degli uomini antisessisti” che deve continuamente prendere posizione su questo o quel tema di cui si dibatte, quando abbiamo cercato di spiegare in tutti i modi che non siamo e non vogliamo essere questa cosa, perché questo fa parte della vecchia politica maschile monolitica e verticistica da cui stiamo fuggendo».

 

Infine ho chiesto a Gianluca quale siano gli obbiettivi di Mashile Plurale: «forse il problema degli obiettivi è una cosa che non ci siamo mai posti veramente. Questo almeno è quello che penso io, come la vivo io. Perché porsi l’obbiettivo di superare una società sessista e violenta ha un sapore utopistico e può diventare un facile modo per rimandare l’urgenza delle cose da fare a un futuro idilliaco, un “sol dell’avvenire” che non arriva mai. Anche se certamente l’orizzonte utopistico è questo, ma i sogni e la realtà non vanno confusi. Il nostro obiettivo è cambiare in meglio ogni giorno, ognuno di noi, stare nelle relazioni e nei conflitti in modo positivo, dare un contributo laddove possiamo, restare in ascolto delle richieste senza possibilmente snaturare il percorso fatto finora».

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