Dietro le quinte: vivere l’eroismo da FIGLI Maschi

Scritto da
Francesca Gabbiadini

«Cosa fa un eroe quando ha paura?»

La voce di Lucio Guarinoni, drammaturgo della compagnia teatrale FIGLI Maschi, si insinua fra i movimenti e i pensieri degli attori, conducendone le azioni e spronandoli all’improvvisazione. Gli scatti della Reflex cercano di carpirne il significato e gli stimoli, che dalle tensioni muscolari dei FIGLI Maschi si fissano tramite l’obbiettivo della macchina fotografica. Un lavoro di improvvisazione sta dunque prendendo forma sul palcoscenico della residenza “Il Granaio” di Arcene. È un lavoro corale dedito al recupero della fisicità da parte degli attori, partito da un input e sviluppato attraverso la spontaneità dei protagonisti in scena.

Spinta dalla curiosità, non mi basta fare qualche scatto per mostrarvi come lavorano i FIGLI. Mi interrogo e interrogo a mia volta, per farvi accedere a un inedito dietro le quinte. 

Che significato ha l’eroismo nel 2016?

Flavio Panteghini: «Questo lavoro non parte da certezze definite. Sapevamo che saremmo partiti da una nostra concezione, un immaginario caratterizzato da singoli valori, ma privi di una direzione comune, neanche a livello di dialogo. Questa è la peculiarità di FIGLI Maschi. Forse però, la caratteristica dell’eroe di oggi è il dubbio. Il mettere in discussione se stesso e i suoi valori, piuttosto che quelli del nemico. Altrimenti rischia di divenire un fanatico».

Pietro Betelli: «Piuttosto che una definizione, mi piace pensare che chiunque di noi possa essere un eroe per qualcuno. Dal nipote per la nonna, al fidanzato».

Enrico Broggini: «Nella mia testa ho due definizioni di eroe. Una è una visione eterna, legata all’epica; mentre l’altra possiede una dimensione fugace direttamente proporzionale alla sua risonanza mediatica». Ma un eroe è tale anche se non viene ricordato? «Achille, rispetto a Patroclo, non sta cercando una fine gloriosa. Il suo scopo è vivere una vita intensa. Quindi sì, un eroe è tale anche se non viene ricordato».

Giacomo Arrigoni: «Per me eroismo significa voglia di spendersi. Che sia per qualcuno, per un ideale o per una follia del momento. È una passione che al giorno d’oggi tendiamo a dimenticare».

Come vi preparate a diventare eroi sul palcoscenico?

Giacomo: «Innanzitutto lo stretching! Ogni eroe necessita di un riscaldamento muscolare, vocale ed energetico».

Pietro: «Prima hai assistito a un momento di totale liberazione. Ci lasciamo completamente andare all’oblio delle nostre menti, che dobbiamo svuotare per entrare nella dimensione eroica».

Flavio: «Quando siamo fuori dalla residenza smitizziamo tutto! Dobbiamo prendere la vita con leggerezza per non cadere nella paranoia. Questo ci aiuta molto sul palcoscenico».

Lucio Guarinoni: «In verità l’atto demistificatore avviene anche all’interno del lavoro e si traduce nel togliere qualsiasi tipo di giudizio. Ad esempio, quando si lavora sulla mitologia greca solitamente bisogna essere seri. Ma no! Puoi anche diventare la parrucchiera di Achille, piuttosto che utilizzare “Barbie Girl” durante la partenza di Patroclo verso la sua morte. Il teatro ha tanto a che vedere con la contaminazione. Se penso a un eroe dentro uno schema fisso mi blocco… invece lavoro, cerco e contamino».

Enrico: «A proposito di contaminazione, durante la residenza vengono a trovarci alcuni ospiti esterni. Martedì scorso ci ha fatto visita un amico drammaturgo con il quale abbiamo portato avanti un lavoro di scrittura. Praticamente non ci siamo alzati dalla sedia! Tutti questi linguaggi ci permettono di avere diverse chiavi di accesso al nostro diventare eroi. Certe volte hai bisogno di fasi di passaggio per farti eroe sul palco; altre volte, invece, devi percorrere strade differenti».

Qual è il vostro eroe preferito? E perché?

Flavio: «Dylan Dog. Perché rappresenta il dubbio. Fragile, pieno di fobie e seghe mentali… proprio per questo è un eroe».

Pietro: «Spero di uscire da questa esperienza con un eroe preferito. Ho sempre avuto un conflitto con la figura dell’eroe, diviso fra icona e idolo».

Giacomo: «Il regista Xavier Dolan perché giovane ed è riuscito in una cosa in cui vorrei riuscire».

Lucio: «Il mio eroe preferito è Patroclo poiché in conflitto tra l’affetto e la violenza. E perché collegato all’idea dello spendersi all’interno di un conflitto, in quanto spalla dell’eroe. Dobbiamo ragionare molto, oggi, su chi fa da spalla all’eroe».

Enrico: «Il mio immaginario eroico è limitato. Trovo difatti più eroismo ne “L’ultimo dei Mohicani”. Poi ho un’eroina, Cassandra. Importante per il tema della testimonianza, mi affascina molto per questa sua abilità profetica… ha il dono, ma non viene ascoltata, anzi è considerata pazza».

Che cosa fa dunque un eroe quando ha paura?

Nell’improvvisazione di oggi, l’eroe Pietro chiede aiuto, e lo chiede alla mamma. Flavio, invece, quando ha paura si rivolge agli dei, mentre l’eroe Enrico quando teme, urla. Dalle vostre risposte sembra che l’eroe chieda sempre un aiuto esterno. Ha dunque paura di essere solo? Questa volta la risposta sembra essere univoca: «Contrariamente a quello che si possa pensare, l’eroe non basta a se stesso».

*Gli attori non presenti nel fotoreportage, ma essenziali al progetto FIGLI Maschi sono: Giorgio Cassina e Marco Trussardi.

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