Dietro le sbarre di Sant’Agata: come ti cambio il carcere

Scritto da
Matteo Fornasari

Il paesaggio urbano di ogni città è ricco di monumenti, edifici e, in generale, di luoghi con una propria importanza e funzione: da quella politica a quella sociale, senza dimenticare quella culturale. Nessuno di essi però vivrebbe senza una cittadinanza attiva che giorno dopo giorno contribuisce a far muovere la propria comunità. Ne consegue che l’importanza della complementarietà cittadino-edificio è basilare: senza uno di loro ogni centro abitato che si rispetti, che sia esso un piccolo paesino di provincia o una metropoli imponente, non sarebbe più tale. Cosa succede allora quando uno o più edifici iniziano a cadere in disuso? Ma soprattutto, in cosa possono potenzialmente trasformarsi, se si trasformano?

Per rispondere a questi quesiti credo sia fondamentale analizzare un caso particolare: quello che fa per noi è sicuramente la storia e l’esempio dell’ex carcere Sant’Agata di Bergamo. Prima di diventare un carcere, il complesso era un monastero risalente al XIV secolo e dotato di una propria chiesa. È solo a partire dal XVII secolo il complesso ospitò l’ordine monastico dei padri Teatini, nato antecedentemente al concilio di Trento con lo scopo di rinnovare la Chiesa cattolica recuperando le sue radici primitive. Tuttavia, con l’inizio dell’occupazione napoleonica del 1797, il luogo di culto viene sconsacrato per poi venire riabilitato nel 1799 innalzandolo a parrocchia del Carmine la cui chiesa verrà chiamata Sant’Agata del Carmine, in onore dei padri carmelitani, dove ancora oggi è possibile ammirare i bellissimi affreschi seicenteschi.

Storia diversa rispetto alla chiesa ebbe il monastero vero e proprio. Nei primi anni del XIX secolo venne adibito a carcere per opera dell’architetto italiano di origini viennesi Leopold Pollack, allievo del celebre Giuseppe Piermarini. Così, per più di 150 anni l’ex monastero da luogo di preghiera e spiritualità passò a luogo di reclusione ed oppressione. Successivamente, seguendo questa linea, negli anni Settanta del secolo scorso la struttura venne definitivamente chiusa anche sulla spinta dell’Ordine degli Avvocati che già dagli anni Cinquanta definiva quella struttura come: “il carcere indegno per la città di Bergamo’’. In aggiunta al malcontento, gli avvenimenti del 7 giugno 1972,  quando un gruppo di detenuti riuscì a raggiungere il tetto della struttura e lanciò diverse tegole alla polizia concentratasi nell’area.

Quindi, per ricollegarci alle nostre domande iniziali, è giusto chiedersi ora: che fine ha fatto l’ormai Ex carcere S. Agata? A questa ulteriore questione ci risponde Pietro, vicepresidente dell’associazione Maite di Bergamo, nata nel 2010 e dotata di un proprio circolo Arci, che attualmente ha in gestione l’edificio. «Circa un anno e mezzo fa essendo noi “vicini di casa” dell’ex carcere abbiamo deciso di confrontarci con il comune per poter riutilizzare lo spazio. Nasce così il progetto “Ora d’Aria” che dal 2015 permette la riapertura delle porte della struttura». Spiega Pietro: «abbiamo avuto modo di utilizzare ogni area dell’ex carcere per organizzare molteplici eventi che hanno riscosso molto successo tra i cittadini». Nello specifico però, questi eventi consistevano nel «riproporre ciò che l’associazione realizza normalmente durante l’anno, concentrando gli eventi in due o tre giorni di festival. Si spazia da concerti, mostre, teatro a iniziative culturali, quali interviste e conferenze, rivolgendo l’attenzione anche “al sociale” inteso come cittadinanza attiva che partecipa al riutilizzo di un bene comune», racconta Pietro.

A proposito dell’aspetto sociale, l’associazione Maite è molto attiva su questo fronte: la sfida è quella di trasformare un luogo di detenzione e prigionia, quale è il carcere, in un polo culturale significativo per la città: «immagina cosa volesse dire avere un carcere all’interno della città e cosa voglia dire, oggi, fare sfoggio di un centro culturale per l’ intera comunità» afferma Pietro. Comunità che, sempre secondo gli intenti dell’associazione, si spererebbe di coinvolgere su più livelli: partendo, per esempio, dai richiedenti asilo (come gli ospiti attuali del circolo Il Castagneto stanno già facendo, partecipando e collaborando proficuamente con il circolo Maite), arrivando fino alle fasce più anziane e attempate della comunità.

Credits: Ph. Federico Buscarino

 

In conclusione possiamo dire che, l’esempio di questo ex carcere è una sorta di modello di riutilizzo di edifici dismessi, nonché un degno modo per ridare la vita ad una parte di città. Ma come scritto all’inizio di quest’articolo, ciò non sarebbe possibile senza una buona dose di partecipazione da parte dei cittadini, e credo che il lavoro dell’associazione Maite possa dimostrarlo ampiamente.

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