Eroi, aspiranti umani

Scritto da
Daniele Donati

Il tema dell’eroe potrebbe essere analizzato sotto differenti aspetti, filtri tematici che ne farebbero emergere caratteristiche comuni, universalmente valide per gli eroi di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Contestualmente, un’ideale macro categoria eroica risulterebbe talmente ampia che dovrebbe ospitare al suo interno, senza forse volerlo, una serie di formulazioni differenti che, non trovando elementi di intersezione, sarebbero destinate ad allontanarsi l’una dall’altra in una sorta di repulsione magnetica. Il motivo di queste divergenze forse è da rintracciare in una concezione di eroe che nasce dal basso, da una necessità più profonda, rabdomanticamente presente nell’essere umano quale individuo all’interno di uno specifico paradigma culturale.

L’Eroe, infatti, rappresenta l’afflato di un popolo, l’espressione di un gruppo che in questo modo concreta e rende tangibile la sua storia e le sue aspirazioni sociali e morali. Nel tentativo di tracciare un filo rosso che sagomi la silhouette di un modello assoluto, non ci si può esimere dal citare colui che più di tutti si adoperò per trovarne l’archetipo: Joseph Campbell.

Studioso di mitologia, antropologia e religione nonché scrittore, Campbell aveva ben compreso che miti, leggende, favole e fiabe raccontano lo stesso viaggio, quello dell’eroe. Nel 1949, con L’Eroe dai Mille Volti, un’indagine che attraversa tutte le culture e tutte le epoche, accende la curiosità del mondo su questo argomento, marcando la funzione che l’eroe ha svolto nel corso dei tempi e individuando le connessioni tra mitologia comparata e psicologia analitica. Andando ora oltre quello che lui definì Monomito e alle innate caratteristiche mitopoietiche dell’essere umano, preme qui sottolineare come Campbell abbia sempre tenuto a rendere esplicite le similitudini che l’eroe ha con la nostra vita.
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Sia esso divinità passata per le traversie mortali o umano che per le sue gesta leggendarie si è innalzato a una vita divina, l’immaginario collettivo rende necessario un passaggio attraverso la condizione umana. Non a caso, l’etimologia greca del termine ἥρως ci tramanda l’idea di condottiero, principe, signore ma soprattutto di uomo – vir.

Nella civiltà greco-romana l’eroe è fondamentale nella vita quotidiana e depositario di qualità e valori esemplari per la comunità: sia che debba giustificare le nobili origini del proprio status sia che raffiguri il mito dell’homo novus ciceroniano, esso è portatore di quella concezione etica basata sull’ideale di un’umanità positiva e fiduciosa nelle proprie capacità che verrà suggellata nel concetto di humanitas.

Le imprese titaniche della poesia epica ci hanno trasmesso un ideale eroico che sublima nella sfera del divino ed esercita la sua forza con dispregio della pietà. Già tra i due immortali poemi omerici e tra i suoi due protagonisti, però, c’è uno scarto che delinea due differenti tipologie di eroe. Se in Achille, il valoroso condottiero greco, con il suo carattere impetuoso, istintivo e irrazionale, rifulge tutto lo status dell’aristocrazia guerriera, alla continua ricerca di gloria e onore, Ulisse ci trasmette l’idea di una personalità riflessiva, astuta, nostalgica, desiderosa di tornare in patria e quindi attaccata alla vita terrena. Se l’Iliade racconti pochissimi fatti facendo primeggiare sentimenti e passioni dei suoi protagonisti, nell’Odissea che emergono i tratti dell’eroe più umanizzato, il primo eroe moderno del quale anche Dante riconoscerà la lezione morale: “Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza”, declamava Ulisse incitando i suoi all’impresa.

Con Virgilio siamo di fronte ad un uomo fra gli uomini. La pietas di Enea è intrisa di umanissima profondità che se da un lato lo sottomette al volere del Fato, dall’altro ci fa avvertire tutto il peso e il tormento del compito deputatogli.
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Rispetto a un’antichità dove primeggia la forza sovrumana dell’eroe, spesso crudele come la legge della natura, nel messaggio cristiano l’eroe diventa paladino di coraggio morale, difensore di valori umani, che accoglie una terminologia costruita su virtù quali iustitia, pietas, fides, libertas, che non perpetuano quelle romane ma rivestono altro significato.

Certamente questa umanizzazione procede per gradi. Nel mondo medievale tedesco l’epopea germanica si rappresenta in Sigfrido con caratteri propri di quella greco-romana. È il prodigioso che mantiene viva la narrazione con un eroe protagonista che conserva il pathos di una fatale predestinazione. Si fa quindi avanti la spiritualità attraverso opere in cui si affacciano le gesta eroiche dei crociati. Ma non dimentichiamo che la religiosità non impedisce di tornare a descrivere eroi valorosi animati da profonde passioni,  dove il campo di battaglia ne esalta le doti.
Basta sfogliare una Gerusalemme Liberata e ancor prima l’Orlando Furioso per trovare coraggio e fedeltà tra i contendenti in primo piano; è l’anelito che poi inviterà sempre più a porre lo sguardo sui valori universali, gli unici in grado di compensare ansie e debolezze.

L’eterna ricerca dell’essere umano per la sua vera essenza, la chiamata, il viaggio, la crescita, la trasformazione, l’andare oltre i limiti delle nostre possibilità sono soglie che ci riguardano da vicino.

La dinamica dell’eroe così come ce l’ha voluta insegnare Campbell è un ricettacolo di storie primordiali che, germogliando, conduce verso il nostro personale viaggio: esemplificazione e semplificazione della nostra realtà di uomini.

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