Essere transgender. Esserlo a Milano

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Donne e uomini che vivono il proprio corpo come una gabbia, qualcosa che ostacola la piena espressione di se stessi. Persone che avvertono un disagio così violento da decidere di iniziare un percorso verso l’adeguamento di genere. Gli individui che mutano dal genere maschile a quello femminile vengono definiti MtF (maschio transizionante femmina); FtM (femmina transizionante maschio) quelli che intraprendono il percorso opposto. Nell’immaginario collettivo, chi cerca di far corrispondere identità di genere e sessualità fisica si immette in un cammino fatto di terapia ormonale sostitutiva, supporto psicologico, andrologi. Il transgenderismo è molto più di tutto questo. Cambiare vita significa ricominciare da capo, ad una nuova identità deve corrispondere una nuova carta di identità e questa è una bazzecola se rapportata alla lunga serie di problemi che si incontrano lungo un percorso che è delicato tanto sotto l’aspetto fisico, quanto sotto quello psicologico e socio/culturale.

Innanzitutto adeguare il genere costa. Dieci, quindicimila euro tra medicinali, dottori e quant’altro. Le asl supportano la transizione solo dopo aver ottenuto il benestare dello psichiatra, ovvero nel momento in cui il paziente non riscontra altri disturbi mentali oltre alla condizione di transgender, la quale rientra nell’elenco nel DSM V, manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Chi non si trova in questa categoria deve arrangiarsi. Si sarà notato che il numero di persone transgender che lavorano al panificio, che prendono le ordinazioni al bar, che consigliano il modello di scarpe più adatto ai clienti di un negozio è bassissimo. La discriminazione nel mondo del lavoro ai danni di chi vive una disforia di genere è assai elevata. Di conseguenza diverse persone transgender ricorrono alla prostituzione come unica possibilità per pagare il percorso di transizione o semplicemente per tirare a campare. Questo non deve indurre al luogo comune, largamente diffuso, che associa la transessualità all’esercizio del mestiere più antico del mondo: un simile finto binomio porta alla pericolosa idea che una trans non meriti o, peggio ancora, non desideri altro che mettersi al servizio di uomini che fruiscono il sesso con loro come qualcosa di trasgressivo, esotico. Lavorare su un marciapiede è spesso una scelta imposta da un sistema a due variabili fisse che non accetta l’esistenza di altre realtà di genere se non per relegarle all’interno di fantasie erotiche. Se per un studente universitario una grossa preoccupazione è quella di non trovare un lavoro, una persona transgender laureata convive con la paura di finire a prostituirsi per mancanza di alternative .

Chi un lavoro lo riesce a trovare, comunque, deve combattere contro la transfobia, che spesso degenera nel mobbing. La storia di D***, FtM in transizione che deve litigare con un capo che vuole costringerlo ad indossare una gonna, non è che un esempio.

Monica Romano Palermo pride 2013

Monica Romano, Palermo Pride, 2013.

Il muro più difficile da abbattere, dentro e fuori dall’ambiente lavorativo, rimane quello sociale. Una femmina si sente un uomo e viene derisa per modi ed atteggiamenti che non rispondono ad un ideale convenzionale. Quella stessa persona, una volta acquisita l’identità maschile, continuerà ad essere giudicata, stavolta per l’effeminatezza o per via delle tracce che rimangono della sua precedente vita. Per evitare derisioni un uomo biologico deve nascondere il suo lato femminile prima e reprimere quello maschile poi. Al giorno d’oggi le persone transessuali sono oggetto di scherno e discriminazione tanto prima quanto dopo la transizione. In altre parole: se rispondi a determinati criteri sei uomo o donna, sennò, qualsiasi cosa tu faccia, sei guardato come un deviato e la tua diversità costituisce un pericolo. Di recente la compagnia teatrale Atopos, che attraverso le arti sceniche affronta argomenti di genere, ha portato sul palcoscenico alcune testimonianze di persone transgender. Tra queste quella della donna che viene aggredita e va a denunciare l’accaduto alla polizia. Un agente guarda la sua carta d’identità e commenta: “ah beh, ma allora…”.

La legge 164/82 rappresenta una importante vittoria per la rivendicazione di identità di genere. La strada verso la parità, tuttavia, è ancora lunga. Fino a cinque anni fa non esistevano a Milano realtà né punti di riferimento per persone transgender. Se le cose sono cambiate, e se ora esistono luoghi di ascolto, orientamento ed accompagnamento, è grazie all’impegno di Monica Romano ed Antonia Monopoli. Antonia è, dal 2009, responsabile dello Sportello TransALA Milano Onlus, mentre Monica oggi collabora con l’associazione di cultura lgbt Harvey Milk, che si occupa, oltre che di questioni di genere, anche di sessualità. Le due cose non vanno confuse: il transgenderismo è altro rispetto all’omosessualità ed un uomo transgender gay non deve meravigliare. Adeguare il genere significa volersi relazionare al prossimo con un corpo adeguato e non invece conformare il proprio corpo ad un modello di eterosessualità. Prendere coscienza del fatto che i generi non sono due e le identità sessuali sono infinite, oltre ad essere un enorme passo non ancora compiuto, deve essere un esercizio da parte di tutti.

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