Giocare è una cosa seria

Scritto da
Margherita Ravelli

Giocare è un diritto di tutti i bambini. Tuttavia, chi pensa che il gioco sia un’attività fine a se stessa non potrebbe avere più torto. Infatti, sulla convinzione che giocare costituisca un momento fondamentale dello sviluppo del bambino è fondata la psicomotricità, disciplina nata in Francia alla fine del XIX secolo ed approdata in Italia negli anni Sessanta. All’inizio gli esperti di questo particolare ambito legato alla formazione e allo sviluppo infantile si trovavano a dover sfidare le convinzioni dominanti e a dover mettere in discussione i modelli educativi. Oggi che la psicomotricità è largamente diffusa in tutta Italia e le sue aree di competenza si sono evolute, lo psicomotricista si trova comunque a dover combattere contro pregiudizi e titubanze. A fare il punto della situazione e a capire perché sia così importante conoscere la psicomotricità e soprattutto praticarla ci aiuta Elena Campagnoli, psicomotricista di Vimercate.

Ciao Elena, ci racconti di cosa ti occupi?

Ciao, sono psicomotricista, o terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, e lavoro presso l’ospedale di Vimercate (MB) dove mi occupo di riabilitazione infantile e della diagnosi di disturbi vari, come i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA). Dal 2015 inoltre collaboro con l’associazione Airone, con cui conduco progetti di monitoraggio alla crescita e coordino gruppi di psicomotricità educativa nella scuola dell’infanzia e primaria, oltre che negli asili nido, a partire dagli otto mesi.

Come spiegheresti la psicomotricità a chi non la conosce?

La psicomotricità è quella disciplina che supporta i processi evolutivi dell’infanzia, dando modo al bambino di mettersi in gioco e valorizzarsi integrando le sue componenti emotive, intellettive e corporee, attraverso l’azione e l’interazione, con gli altri e con lo spazio. Aldilà di questa definizione generale, ciò che è fondamentale chiarire è che la psicomotricità non è soltanto un’attività terapeutica, pensata per bambini affetti da disturbi di vario genere; la psicomotricità, e nella fattispecie quella educativa, è pensata per tutti ed offerta a chiunque si trovi in età prescolare e fino ai primi anni di scuola primaria. Certo, aiuta a risolvere i problemi ma è soprattutto un’attività di supporto allo sviluppo complessivo del bambino, nella sua vita assieme agli altri e come individuo con le proprie peculiarità e predisposizioni. Detto ciò, uno psicomotricista si occupa dunque di attività diverse, concepite sia per bambini con particolari problematiche fisiche, mentali e disabilità sia per bambini con un regolare sviluppo e senza problemi evidenti.

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Parliamo del gioco: perché è importante? A cosa serve? Esistono miti e convinzioni da sfatare sul gioco dei bambini?

Partirei da una convinzione da sfatare sul gioco che è intrinseca nella comune accezione de termine. Il termine “gioco” nel linguaggio comune infatti sminuisce il vero significato della parola, lo estrania dalla vita reale. Per noi psicomotricisti invece il gioco è un fenomeno esistenziale legato alla storia di ciascun bambino e parte imprescindibile del suo processo evolutivo. Giocare è un passo fondamentale per lo sviluppo del bambino, è un’attività di apertura verso il futuro, in libertà e senza giudizi. Il ramo della psicomotricità che lavora nelle scuole, con bambini “sani”, è quello della psicomotricità educativa; non a caso, “educare” significa proprio “tirare fuori”, far sì che i bambini riescano a far emergere le proprie capacità.

Raccontaci come è strutturata l’attività psicomotoria nelle scuole.

Solitamente i percorsi nelle scuole durano al massimo sei mesi, durante i quali si devono far provare più cose possibili ai bambini, così che abbiamo spunti sufficienti per approfondire ciò che più si avvicina alle loro inclinazioni. Un percorso tipo è composto da dieci incontri: i primi due sono di conoscenza, servono ad instaurare un rapporto di fiducia nei confronti dello psicomotricista e lasciano ai bambini la possibilità di giocare liberamente con il materiale a loro disposizione. Si passa poi ad attività strutturate, per le quali il movimento costituisce sempre un elemento fondamentale. Ad esempio, si scandisce il ritmo con un tamburello per far muovere i bambini, insegnando loro a rispettare le pause, a riconoscere le parti del proprio corpo e del corpo degli altri, si preparano dei percorsi con schemi motori diversi, che prevedono di camminare all’indietro, strisciare, rotolare e altro ancora. Si dedica poi del tempo ad attività particolari con oggetti specifici, come costruire, travestirsi, giocare con la palla. Nel corso di questi incontri vigono delle regole che pian piano i bambini imparano a rispettare, dal rispetto dell’altro al rispetto dei tempi, dal coinvolgimento di tutti alla condivisione del materiale e degli spazi. Negli ultimi due incontri i bambini sono nuovamente lasciati liberi: questa è la fase di monitoraggio, in cui emergono le preferenze individuali e in cui si ha modo di verificare l’avvenuto sviluppo del bambino e l’acquisizione delle regole di comportamento e delle capacità di relazionarsi con rispetto verso gli altri.

Avendo a che fare con i bambini di oggi, quali ritieni che siano gli aspetti più difficili e cruciali nel crescere ed educare i bambini nel 2016?

Lavorando con i bambini si ha ovviamente a che fare con i genitori. Nella mia esperienza, ho osservato l’esistenza di due tipologie opposte di genitori: da una parte vi sono coloro che giustificano tutto quello che i loro figli fanno o dicono, prendendo alla leggera anche i comportamenti sbagliati; dall’altra ci sono genitori estremamente rigidi, che rimproverano i bambini con una tale severità e senza cercare un confronto da finire per spaventarli senza tuttavia insegnare loro una lezione. Più in generale, quella che ritengo essere una caratteristica comune alle famiglie di oggi è il fatto di essere complicate: oltre ai casi di separazione e divorzio, in cui tipicamente i genitori tendono a concedere tutto ai figli per il senso di colpa che provano, ci sono genitori super impegnati, non troppo giovani e quindi con meno energie, che spesso preferiscono lasciar correre per una questione di mancanza di tempo e semplificazione. I problemi frutto di una tale situazione sono molteplici: la mancanza di regole, l’incapacità di rispettare i tempi altrui e soprattutto di ascoltare qualsiasi adulto, dalla mamma alla maestra, con la conseguente difficoltà di apprendere. La psicomotricità si assume dunque l’obiettivo di educare al rispetto di se stessi e degli altri, si impegna a far passare ai più giovani il messaggio dell’esistenza di altri al di fuori di noi stessi e dell’importanza di vivere ascoltando ed assecondando anche le esigenze altrui.

Credi che in Italia la psicomotricità abbia lo spazio che si merita nella formazione dell’infanzia?

Benché nel nostro Paese esistano moltissimi centri privati che si occupano di psicomotricità educativa, essi ancora faticano a superare lo stigma che si tratti di un’attività esclusivamente ideata per bambini con problemi. Tuttavia, di recente l’interesse per la disciplina sta crescendo, spesso motivato dalla pura curiosità, dato che molte volte non si sa bene di cosa si tratti. Di conseguenza, le scuole che attuano progetti di questo tipo sono ancora troppo poche e nella maggior parte dei casi il tempo e i fondi concessi per queste attività sono troppo pochi. Ciò su cui noi psicomotricisti vogliamo insistere è l’importanza del gioco e di attività strutturate per tutti i bambini, sani e non, che oggi più che mai hanno bisogno di essere educati a sviluppare le loro potenzialità e a rispettare gli altri, le regole, gli spazi e i tempi di un mondo sempre più difficile.

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