Gravity: l’ultimo film di Alfonso Cuaròn

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pequodrivista

Articolo di Jessica Pompili e Michele Chighizola

Perché sì

di Michele Chighizola

In sala ormai da un paio di settimane, Gravity di Alfonso Cuaròn è ufficialmente il grande film-evento di questo autunno cinematografico. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia sul finire dell’estate, il film, grazie alla sua straordinaria potenza visiva, aveva fatto volare via i riporti e i parrucchini dei grigi critici seduti in sala, che, ancora frastornati, si erano velocemente affrettati a dichiararlo in coro un capolavoro. Dopo gli entusiasmi della Laguna, Gravity è uscito nelle sale di tutto il mondo e ora sta facendo il vero smargiasso a livello di incassi: Primo in America, primo in Europa, primo in Italia.

La trama è molto semplice: una missione su Shuttle sta riparando un satellite intorno alla Terra, quando uno sciame di detriti causati dallo scontro di due satelliti russi investe gli astronauti. Si salveranno solo in due: la novellina Ryan (Bullock) e l’astronauta navigato un po’ piacione Kowalski (Clooney). I due sono vivi, ma alla deriva nello spazio. Comincia dunque un’impossibile lotta per la sopravvivenza.

GRAVITY

 

Girato interamente in studio con camera 3D e per il 90% ri-costruito con la computer graphics, Gravity è un’esperienza visiva, almeno al cinema, forse senza precedenti. La telecamera di Cuaròn fluttua intorno ed insieme ai due protagonisti per tutti i 90 minuti della pellicola, trascinando lo spettatore dentro un avventura pura e lineare, tanto semplice quando avvincente che, grazie al 3D, si trasforma in qualcos’altro, una esperienza ai limiti dell’interattività, più simile forse ad un gioco virtuale da Luna Park che ad un film vero e proprio. Come in altri rari esempi ( Avatar, Vita di Pi, Pina 3D, forse Pacific Rim) infatti, in Gravity il 3D non è solo un orpello d’intrattenimento, ma è uno strumento registico funzionale al racconto, in quanto aiuta a dare allo spettatore la profonda sensazione di vuoto che provano i personaggi. Insomma, qualsiasi film sullo spazio che si rispetti, d’ora in poi, dovrà fare i conti con quanto fatto da Cuaròn con questo Gravity.  E poco importa se alcuni critici hanno stortato il naso di fronte ad una trama così elementare e di fronte ad un lavoro sui personaggi non esattamente Rohmeriano; Gravity è un esperimento tecnico totalmente riuscito, è puro cinema dello sbigottimento, è un ottovolante cinematografico che coinvolge, diverte, impressiona e lascia lo spettatore soddisfatto e frastornato alla fine della proiezione, proprio come se fosse appena sceso dalle Montagne Russe.

Perché no

Di Jessica Pompili

Era ancora estate quando la testolina mora della Bullock e quella brizzolata di Clooney facevano insieme capolino in Italia, decisi a portarsi a casa un consenso mica da ridere per il loro ultimo film (il primo insieme, nonostante i due siano amici da moltissimo tempo). Oggi, ad autunno avanzato, Gravity, l’ultimo film di Alfonso Cuarón, pensato e sceneggiato assieme al figlio Jonas, tiene ancora duro al botteghino, scalando dal primo al terzo posto in due settimane, per effetto, più che altro, dello tsunami Minion, e della curiosità per Aspirante Vedovo. Ma il risultato pare gratificante comunque.

Giudizi entusiasmanti sono piovuti come detriti impazziti (tanto per restare in tema) dalle penne dei critici più importanti d’oltreoceano, e hanno per buona parte raggiunto e contagiato le opinioni anche qua da noi. E in realtà, se ci si fosse limitati a questo, non ci sarebbe stato nulla di male. Ma di Gravity si è voluto fare qualcosa di più che un buon film, se ne è voluto fare il capolavoro, e invece, questo è bene dirlo subito, Gravity non è un capolavoro. E’ piuttosto un buon film con molti difetti. E di questi forse quello più evidente è la sua netta ripartizione in due blocchi statici e poco comunicanti. La prima parte, avventurosa, accattivante, avvincente e naturalmente catastrofica, è fortemente avvinghiata al 3D, di cui fa un uso sensato e ludico allo stesso tempo, generando un risultato ottimo. La seconda parte, invece, lascia del tutto andare il tema spaziale, trasformandosi progressivamente in una riflessione filosofico-esistenziale sulla vita e la morte. Ed è proprio a questo punto che si apre la crepa che porta fino alla sbrigativa conclusione.

Foto 2

 

Tanto precisa e accurata la prima parte, tanto affrettata la seconda, che fa leva in apertura sulla famosa scena della Bullock fluttuante nell’aria, dalla posizione eretta a quella fetale (allusione all’imminente rinascita del personaggio). Su questa scena, e su quella finale della riemersione dall’acqua e del difficile ritorno al camminare, grava tutta la metafora dello spazio inteso come nulla, morte, vuoto e buio. Niente di trascendentale e spirituale, nessuna vicinanza a Dio. La morte è annientamento, mentre la terra è vita, è casa, è il posto a cui apparteniamo.

Metafora, di per sé, molto bella e di indubbia efficacia, sviluppata però tremendamente male e in modo decisamente approssimativo per tutta la seconda metà del film. Senza contare, inoltre, che i due blocchi, mal si amalgamano. E che in quell’entrata della Bullock nella navicella, sembra davvero chiudersi un genere, e aprirsene un altro. Il risultato è, insomma, un buon film, che poteva dare di più, molto di più.

 

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