Il capitale umano di Virzì: molte polemiche e nessuna distanza

Scritto da
Alice Laspina

Come la maggior parte delle polemiche mediatiche, anche quella sul film Il capitale umano di Paolo Virzì si è spenta in pochi giorni, risolvendo poco delle questioni più interessanti che aveva aperto. Perché le recriminazioni localiste e le dichiarazioni di lesa dignità sono giunte da più parti, ma nascono da uno stesso gap culturale, esteso ben al di là della cerchia dei polemisti.

Nella stagione dei cinepanettoni, l’arrivo dell’ultimo film di Virzì nelle sale italiane, dal 9 gennaio 2014, è atteso con grande interesse e annunciato come una novità di sostanza sia nella filmografia del regista sia in quella nazionale. «Volevo sperimentare qualcosa di diverso rispetto alla solita commedia», afferma Virzì, perciò abbandona i lidi sicuri della goliardia toscana, vira verso le arti d’oltreoceano per poi approdare nel nord Italia con un thriller sul mondo della speculazione finanziaria, sulle facili speranze di ascesa sociale, sull’infelicità discreta delle élite. Genere e temi poco frequentati dal nostro cinema e dal regista livornese, che supera lo scarto geografico-culturale con la trasposizione del romanzo omonimo di Stephen Amidon dal Connecticut alla Brianza, una terra altrettanto esotica per Virzì, di una «bellezza inquietante» quanto la storia nera de Il capitale umano.

Il regista avverte: «Non è una condanna moralistica dell’avidità, non chiedetemi il messaggio», ma dopo l’intervista rilasciata a La Repubblica, in cui parla della ricerca di «un paesaggio che mi mettesse in allarme, un paesaggio che mi sembrasse gelido, ostile e minaccioso», trovato tra «i grumi di villette pretenziose» e le «ville sontuose dai cancelli invalicabili» del brianzolo, quel suo unico messaggio non poteva essere più colto.

Il primo a reagire è Andrea Monti, assessore al Turismo della provincia Monza-Brianza, che accusa il regista di mistificare la realtà lombarda probabilmente perché «terra del nemico politico», trascurando che è «una delle aree che più contribuisce a finanziare i bilanci di questo Stato, compreso il Ministero dei Beni Culturali» da cui Virzì ha ricevuto 700 mila euro per la realizzazione del film. Concorda il Presidente della Provincia Dario Allevi, a cui dispiace che i piccoli e medi imprenditori siano ridotti a stereotipi falsi e negativi e che «la gente possa vedere il film e pensare che la Brianza sia davvero un luogo così».

Mentre Virzì spiega la metafora dell’immaginario paese di Ornate come terra indefinita del profitto («buffa retromarcia (smentita) paracula» per Monti, appoggiato su Twitter da Formigoni), Luigi Cavadini e Mario Lucini, rispettivamente assessore alla Cultura e sindaco di Como, difendono le generalizzazioni sulla loro città, rappresentata nel film dal Politeama, teatro chiuso e in rovina eletto da Virzì a simbolo del degrado culturale di una città ricchissima.

2. Una scena del film

Dai quotidiani a Twitter e ritorno. L’8 gennaio Libero dedica ampio spazio (almeno cinque facciate, con editoriale di Belpietro) ai «presunti intellettuali» che, come Virzì, fanno la morale con i soldi pubblici insultando la parte «se non migliore, più virtuosa d’Italia». È a questo punto che il regista dà sfogo alla sua amarezza: «Dopo 25 anni di cinema e undici film mi ero illuso di meritarmi una polemica seria. Volevo essere maltrattato sul contenuto, rispondere a un tema documentato, affrontare una critica oggettiva», e non giustificare il suo lavoro ambientato in una località immaginaria e sostenuto da «un finanziamento pubblico che, come sa chiunque non faccia propaganda, deve essere restituito e può rivelarsi persino un affare per lo Stato che anticipa parte dei soldi».

Libero, 8 gennaio 2014

Libero, 8 gennaio 2014

Soprassediamo sull’assoluta assenza di polemiche sui personaggi furbetti e corrotti alla Cetto Laqualunque, sulla proliferazione di fiction televisive su mafia e mafiosi, perfino sulle macchiette lombarde nei vari Vacanze di Natale. Atteniamoci alle parole, spesso poco ponderate, che hanno animato il dibattito: ricordiamo che Virzì ha voluto «creare un allarme nello spettatore che è poi un allarme sul nostro tempo grazie a una struttura narrativa che lo consentiva», raccontando una storia in cui l’ingordigia di denaro e una morale confusa degenerano fino a incasellare persone e affetti in valori ragionieristicamente predisposti. Un contrasto che Il capitale umano palesa nel suo titolo, che è anche la definizione economica dei parametri legali di valutazione della vita umana.

Metafora, simbolo e contrasto sono solo alcuni dei meccanismi attraverso i quali il reale trova una trasfigurazionenell’opera d’arte – filmica o d’altro tipo. All’opposizione ricchi-poveri, variante della più classica buoni–cattivi, Il capitale umano preferisce una costruzione per geometrie e associazioni, divisa in tre capitoli (tra una breve apertura e un epilogo) che presentano la stessa storia da punti di vista diversi.

La scelta di un libro straniero, di un altrove lontano dalla solarità livornese e della suddivisione in capitoli sono riconducibili a una stessa presa di posizione sulla quale si struttura il film intero. Virzì racconta le sfumature dell’impotenza umana prendendo le distanze dai suoi personaggi, filtrando le vicende per restituirci storie più che giudizi e soprattutto per offrirci la possibilità di uno straniamento, unica via per non fraintendere e pensare «che la Brianza sia davvero un luogo così».

Matilde Gioli, nel film Serena Ossola

Matilde Gioli, nel film Serena Ossola

In quest’ottica, la polemica intorno a Il capitale umano lascia emergere la crisi culturale di questo Paese, spesso privato degli strumenti per distinguere tra reale e verosimile; disorientato dal bombardamento mediatico o, ancora peggio, tentato di fare dell’arte una fonte di informazioni incontrovertibili per sopperire a lacune stratificate nel tempo. Quella distinzione è la stessa che divide l’artista dal cronista e il cronista dall’opinionista e ci restituisce uno sguardo pulito, libero dai pregiudizi.

 

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