Il mockumentary: finzione, realtà e ancora finzione

Scritto da
Lara Casirati

Mock: dall’inglese, “prendere in giro”.
Giocare con il cinema, alternare realtà e finzione, spingere lo spettatore a credere in quello che vede, lasciare che si immerga in quello che si trova di fronte per disvelare (in alcuni casi) l’artificio soltanto alla fine.

Una mistificazione che negli anni si è prestata a vari intenti, che ha interessato registi di fiction e documentaristi, per trovare grande fortuna all’interno del genere horror, teso a conquistarsi la fiducia dello spettatore calandolo in un “come se” che gli permette di accogliere stati di (ir)realtà altrimenti difficilmente accettabili.

Prodotto dalla BBC nel 1965 e vincitore di un Premio Oscar al Miglior Documentario (!), The War Game viene spesso considerato il primo mockumentary della storia. Nell’opera forse più nota tra i tanti lavori politici e sperimentali di Peter Watkins, lo spettatore è convinto di trovarsi immerso nelle cronache di uno scenario post-apocalittico, a seguito di una guerra mondiale.

THE WAR GAME

A cavallo tra gli anni ‘20 e gli anni ‘30, l’ebreo americano Leonard Zelig fa parlare di sé per la sua capacità di assumere fattezze e comportamenti simili a chiunque gli stia accanto. Un viaggio che si snoda tra le metamorfosi di un uomo che si trasforma in trombettista jazz, campione di baseball o obeso, indiano o cinese. Attraverso le mille storie del suo uomo-camaleonte, Woody Allen racconta, con il suo immancabile spirito tragicomico, la capacità di omologazione e conformismo del comune cittadino nei confronti del sistema.

Zelig 2

Dark Side of The Moon prende invece di mira la teoria del complotto, instaurando quindi un paradossale meccanismo di (falso) documentario per accreditare – e, quindi, a screditare – le tesi secondo cui l’allunaggio dell’Apollo 11 nel 1969 non sia mai avvenuto.
Buzz Aldrin, Kissinger e Rumsfeld, tra gli altri, partecipano all’operazione mettendo i loro volti e le loro testimonianze sostenendo la visione di Stanley Kubrick come orchestratore – e marionetta, al tempo stesso – di una macchinazione propagandistica.

Dark side of the moon

Nel 2008, Joachin Phoenix annuncia di voler abbandonare la carriera di attore per intraprendere quella di rapper. Casey Affleck, al suo primo lavoro da regista, decide di girare un film sul suo cambiamento, mentre Joachin sta al gioco e indossa i panni di un novello artista hip-hop che sceglie di sparire dalle scene, maturando la decisione di non presentarsi nemmeno alla conferenza stampa in programma al Festival di Venezia che anticipa l’anteprima mondiale dell’opera. Sarà vero? Definito dallo stesso Affleck una “performance art”, I’m Still Here è la surreale biografia in fieri di una figura decisamente sopra le righe e, insieme, il grottesco ritratto dello star system e della sua (s)mitizzazione.
Una grande truffa che non si è esaurita al termine della proiezione ma è stata sconfessata dal regista e da Phoenix soltanto poche settimane dopo l’anteprima in laguna.

I'm still here

Il confine tra documentario e finzione, tra illusione e realtà, finisce a volte per non smascherarsi affatto. Exit Through the Gift Shop, documentario del 2010 attribuito a Banksy, è un’osservazione sulla figura dell’artista contemporaneo e sulla mercificazione delle sue creazioni. Una riflessione sull’autenticità che non si consuma con i titoli di coda o le conferenze stampa, opera di una figura senza volto nei confronti della quale lo spettatore, ancora oggi, è destinato a continuare a chiedersi se dietro la macchina da presa del “documentario su un uomo che voleva fare un documentario su di me” si nasconda davvero l’artista che fa dell’ubiquità invisibile uno dei suoi punti di forza.

Exit-Through-Gift-Shop

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Cinema

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