Inferno e altre catastrofi: la sovrappopolazione sul grande schermo

Scritto da
Sara Ferrari

Usciva nelle sale italiane il 13 ottobre 2016 il film Inferno, diretto da Ron Howard e tratto dal libro omonimo di Dan Brown, autore di alcuni tra i più venduti best seller del XXI secolo, poi tradotti in film dagli incassi esorbitanti. Al film era rivolta altissima aspettativa da parte del pubblico dei thriller americani e sicuramente le attese non sono state deluse: suspense e colpi di scena, effetti speciali, susseguirsi di scene d’azione e primi piani di star affermate del maxischermo. La trama non è particolarmente nuova: uno scienziato pazzo (nel film interpretato da Ben Foster), appoggiato da un’organizzazione segreta (diretta sulla pellicola da Irrfan Khan), cerca di dimezzare l’umanità per mezzo di un virus che la renderà parzialmente sterile, ma il nostro eroe (nel film, Tom Hanks), aiutato da una bella dottoressa (Felicity Jones), riuscirà a fermarlo, inseguendolo in peregrinazioni attraverso splendide città, come Istanbul, Firenze e Venezia.

Stando alle dichiarazioni di Dan Brown, però, l’intento del suo lavoro andava ben oltre la stesura di un thriller patinato: «Volevo che il mio pubblico si interessasse al tema della sovrappopolazione» ha affermato lo scritture durante la presentazione del film e, in effetti, il libro approfondisce la tematica più di quanto non emerga dall’opera cinematografica.

Neanche la preoccupazione dello scrittore americano per il problema dell’insostenibilità dell’aumento demografico globale è qualcosa di nuovo nel mondo del cinema e della letteratura. È lo stesso professor Robert Langdon, il personaggio protagonista delle opere di Brown, a citare l’agathusia: il suicidio rituale, finalizzato proprio a mantenere una sorta di equilibrio sociale, promosso da alcuni autori fantascientifici.

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Il primo binomio scrittore/regista a essersi preoccupato del tema è quello costituito da Harry Harrison, autore nel 1966 del romanzo Largo! Largo!, e Richard Fleischer, che nel 1973 ha tradotto il romanzo nell’opera cinematografica 2022: i sopravvissuti. Harrison e Fleischer mettono in scena un futuro distopico, teatro delle conseguenze di un sovrappopolamento divenuto ormai insostenibile: la mancanza di petrolio ha portato alla crisi energetica, l’acqua è razionata e il solo cibo disponibile consiste in gallette di plancton e soia; unica soluzione promossa dal governo è l’apertura di templi per il suicidio assistito.

Sebbene quella dei due autori sia da annoverarsi tra le prime opere a occuparsi delle conseguenze del continuo incremento della popolazione mondiale e delle sue esigenze, soprattutto tra le prime a porre il futuro catastrofico da loro immaginato al tramonto di un’era predominata da consumismo e tecnologia, il concetto di agathusia ha radici radicate in un passato ben più lontano.

Il primo autore a teorizzare il termine è Émile Durkheim; nel suo studio Suicide del 1897, il sociologo mette in campo un’indagine di tipo antropologico che fa risalire il suicidio altruistico a tradizioni appartenenti a culture anche molto antiche: gli Inuit, ad esempio, abbandonano gli anziani sui ghiacci, quando diventano di peso per la famiglia; gli anziani di alcune culture asiatiche lasciano il nucleo familiare per spostarsi in luoghi dove non sono conosciuti e vivere di elemosina; le vedove indiane si gettano sul rogo alla morte del marito; nella tradizione marittima, infine, il capitano affonda sempre assieme alla propria nave. La differenza sostanziale tra gli esempi di suicidi offerti da Durkheim e la soluzione messa in atto nella distopia di Harrison e Fleischer sa nel fatto che i primi sono modelli dell’azione altruistica dei membri anziani di piccole società, nei confronti di nuclei familiari che conoscono personalmente; la seconda è invece un’operazione governativa che s’impone a livello mondiale, colpendo le classi sociali più deboli per garantire continuo benessere alle classi più ricche.

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Da sempre il cinema ha messo in guardia sulle conseguenze inumane cui avrebbe portato il progressivo ampliarsi del divario sociale, unitamente all’esplodere di un consumismo sempre più incontrollato; mentre sempre più pellicole fantascientifiche rappresentavano il movimento migratorio dell’umanità, ormai troppo numerosa, verso nuovi mondi.

Numerosissimi nel cinema, ancora una volta prevalentemente fantascientifico, sono i racconti di pandemie, più o meno volontariamente diffuse sulla terra, letti perlopiù in chiave catastrofica al fine di aprire scenari post-apocalittici. L’idea di Brown di un’arma di sterilizzazione di massa, da diffondersi allo scopo di ridurre la popolazione mondiale, era stata magistralmente approfondita, ad esempio, nella serie-tv Utopia, scritta da Dennis Kelly e trasmessa in Inghilterra tra il 2013 e il 2014. Anche qui, un’organizzazione cospira per imporre segretamente un controllo sulle nascite, mentre i protagonisti tentano di fermarla; nella serie però la questione del sovrappopolamento globale emerge in modo problematico ed è criticamente analizzata: i protagonisti sono inizialmente ignari tanto dei progetti del nemico quanto del loro obiettivo; il progressivo disvelarsi dei fatti, farà sorgere in loro dubbi e domande, che spesso li porteranno a vacillare.

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Sono, invece, più difficili da trovare esempi cinematografici che sposino la causa della limitazione delle nascite; anzi sembra che il cinema si sia a lungo schierato con chi difendeva il diritto alla libera genitorialità, focalizzando i sentimenti degli spettatori quasi sempre contro i sistemi di controllo delle nascite. The Lobster (2015), scritto e diretto da Yorgos Lanthimos, ad esempio, è ambientato in un mondo dove gli umani sono costretti a unirsi in coppie e riprodursi, ma anche tentando la fuga, si finisce in una comunità di ribelli dove amare è proibito.

Il controllo delle nascite non sembra essere un tema caro ai cinespettatori, se anche chi vuole porre in evidenza la necessità di intervenire sul continuo incremento della popolazione mondiale è costretto a farlo in sordina, nascondendo il messaggio tra effetti speciali e scene d’azione. C’è anche chi osa e pone il boom demografico al centro delle sue pellicole: è il caso di Werner Boote, che nel documentario Population Boom (Sovrappopolazione, 2014) passeggiava sotto un ombrello in alcune delle megalopoli più densamente popolate del mondo. La conclusione cui Boote arriva è del tutto inaspettata: «La sovrappopolazione è un mito e uno strumento politico – dichiara il regista – […] diventato di moda quando i paesi occidentali hanno iniziato a percepire l’aumento della popolazione dei paesi del Terzo Mondo o in via di sviluppo come una minaccia per il proprio benessere».

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