Io non mi sento mafioso, ma per fortuna o purtroppo lo sono

Scritto da
Alessandro Giuliano

L’altra sera stavo guardando una puntata di Announo, la versione “Orzo Bimbo” di Annozero. Tra gli ospiti in studio il Procuratore Nicola Gratteri. Ora, per i pochi che non lo sapessero, Gratteri è uno che oltre a fare il suo lavoro nella magistratura, utilizza le ferie per andare a parlare nelle scuole ed è spesso ospite in convegni e festival, dove spiega cos’è la criminalità organizzata, perché la ‘ndrangheta è sempre più forte e, soprattutto, come si potrebbe renderla più debole, talvolta anche solo con rapide mosse legislative. Nella suddetta puntata, si parlava d’ “er sistema”, del “mondo di mezzo”, di questa nuova mafia che si sarebbe ripresa Roma come, a suo tempo fece “Er Libanese” del libro, del film e della serie tv.

A un certo punto Gratteri si è messo a parlare di scuola, istruzione (che è diversa dalla cultura). La domanda è sorta spontanea: perché mai questo magistrato, invece di raccontarti operazioni di polizia, di famiglie di ‘ndrangheta, di riciclaggio e morti ammazzati, si mette a discutere di cultura e di istruzione?

Siamo una comunità che ha bisogno di liberarsi della mafia. Prima di tutto da quella di tutti i giorni, di un sistema sociale che ha sviluppato agenti patogeni mafiosi in ogni contesto. Dei legami di sangue, della corruzione politica, del sodalizio tra la criminalità e certi soggetti/ambienti delle istituzioni, si è già detto molto. Il punto è che viviamo in un Paese ad alta concentrazione criminale e in cui il pensiero mafioso si annida dappertutto. Non soltanto (attenzione!) nel sottobosco, nelle periferie o nelle alte sfere della finanza, e nemmeno più soltanto nelle catapecchie di campagna dove globuli e piastrine malavitose si legano a San Michele Arcangelo.

In moltissimi casi il raggiungimento di un obiettivo professionale e lavorativo è subordinato al compromesso con il sistema. Che molto spesso è intriso di regole non scritte (e per questo poco documentabili, se non dall’esperienza individuale) che possono definirsi mafiose. Stiamo parlando di un sistema che ci sta seppellendo tutti. La ‘ndrangheta non è brutta e cattiva perché usa le armi e traffica droga (almeno, non solo per quello). La ‘ndrangheta toglie speranze al futuro. Crea assistenzialismo, sottosviluppo. Si nutre di soprusi e di abusi. Attraverso un modus operandi che (ahinoi!) si sta diffondendo anche in altri ambienti. Nelle università, negli ospedali, nelle aziende, in moltissimi ambiti lavorativi e non solo. Il pensiero ‘ndranghetista e mafioso, in generale, è un nostro problema quotidiano.

Un problema che, soprattutto negli aspetti fin qui descritti, la crisi economica ha reso sempre più evidente; emerso dopo che per anni è stato nascosto sotto al tappeto, come la polvere del detto popolare. Perché se è vero che c’è la ‘ndrangheta delle pistole e delle valigette, è altrettanto vero che ce n’è un’altra che cresce dentro di noi, inoculata dal nostro sistema sociale e alla quale è molto facile assuefarsi. Una serie di regole non scritte, protocolli e norme che devono essere seguiti per poter stare dalla parte del successo. Le stesse regole per cui Gratteri non è diventato ministro di Grazia e Giustizia. Napolitano dixit.

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