La musica fresca passa per Babylon. Intervista a Marta Tripodi

Scritto da
Daniele Donati

L’informazione viaggia veloce a portata di click e le sonorità nascenti sgomitano per arrivare ai più o semplicemente alle orecchie giuste. Dirigerne il traffico è controproducente, meglio lasciare che la musica sia libera di combinarsi assecondando la sua natura caleidoscopica dai toni, colori e forme mutevoli. Nuove Premesse salta lo steccato per parlare di giovani e radio con chi la bellamusica è abituato ad ascoltarla e a selezionarla per noi: Marta ‘Blumi’ Tripodi. Oltre a dirigere Hotmc.com, il più longevo portale della cultura urban in Italia, in questi anni l’abbiamo vista autrice o regista di diverse trasmissioni in onda su Radio2 (dISPENSER, Traffic, RadioBattle, Stay Soul, Nessuno Mi Può Giudicare) tra cui Babylon, uno dei prodotti più autentici e vibranti delle nostre frequenze.

Parliamo con lei del programma e della caccia ad artisti emergenti:
La Radio italiana come può aiutare e aiuta i musicisti underground a farsi conoscere?
Rispondo a questa domanda con un appello: cari musicisti underground, aiutateci ad aiutarvi. Per ragioni di mercato, l’80% delle trasmissioni radiofoniche non può scegliere le canzoni da mandare in onda e deve attenersi alla cosiddetta playlist, che è una lista di brani più o meno mainstream in rotazione per tutto il giorno. Esistono ancora poche isole felici in cui si possono sperimentare sonorità diverse, e molte di esse sono ovviamente legate al servizio pubblico (su Radio2, oltre a Babylon, ci sono parecchi programmi musicali che godono di grande libertà, di cui siamo tutti molto orgogliosi: Stay Soul, Mu, Radio2 In The Mix, RadioBattle, Musical Box, Back 2 Back, Rock’n’Roll Circus…). Più queste trasmissioni hanno peso, importanza e diffusione, e più gli editori privati e pubblici crederanno nel loro valore e apriranno nuovi spazi per la musica underground. Ascoltateci, seguiteci, supportateci, fate sapere in giro che vi fa piacere ascoltare anche cose diverse dalla solita decina di dischi in testa a tutte le classifiche: in questo modo ci saranno sempre più opportunità per i musicisti emergenti e di nicchia.

Babylon è una delle creazioni più riuscite in questo panorama. Come è cambiata la trasmissione nel corso delle sue 7 stagioni?
Innanzitutto grazie per le belle parole! Sicuramente la trasmissione è cresciuta e noi siamo cresciuti con lei: siamo un team molto giovane, eravamo quasi tutti nei nostri vent’anni quando è andata in onda la prima puntata. Credo che però lo spirito sia rimasto sempre lo stesso: Carlo Pastore, che ha creato Babylon e le dà voce ogni weekend, ha voluto battezzarla così pensando alla torre di Babele e alla sua confusione di lingue e personalità. Ci piace mescolare stili e generi diversi, portare alla luce artisti ancora sconosciuti e paragonarli a chi invece ha già sfondato, creare contrasti, utilizzare formati opposti (dal mix al live passando per l’approfondimento e l’intervista), ma sempre con un ritmo serrato e un tono di voce amichevole e informale: non vogliamo fare una lezioncina ai nostri ascoltatori, vogliamo esaltarci con loro per la musica che ogni settimana scopriamo insieme.

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Quali sono le sfide più ardue di una regia come quella di Babylon?
Precisazione: il regista, per come è inteso in Rai, è una figura diversa rispetto ai suoi analoghi nelle radio private. Diciamo che non si tratta di un fonico che gestisce la parte tecnica, ma di una via di mezzo tra una figura di produzione e un autore (tant’è che io sono approdata alla regia dopo aver fatto l’autrice per anni, cosa che faccio ancora), e le sue mansioni variano molto da programma a programma. Babylon è una trasmissione complessa, quindi le sfide sono molte. È importante dare un certo stile, ritmo e sound anche alle interviste che montiamo o ai tagli che ogni tanto dobbiamo fare, perciò avere dimestichezza con la musica diventa fondamentale. Bisogna conoscere molto bene l’inglese, perché molti dei nostri ospiti sono stranieri e seguire un soundcheck o trattare per un’intervista in una lingua che non è la tua è ostico. Bisogna essere flessibili, perché capita spesso di fare cose che non c’entrano nulla con il proprio ruolo (vedi alla voce “aiutare le band che passano a trovarci a scaricare i furgoni degli strumenti”). E bisogna essere concentrati e pronti a reagire, perché lavoriamo sul prodotto per molte ore di seguito e, per essere sempre sul pezzo, capita che all’ultimo minuto si decida di cambiare in corsa e di ricominciare da capo. È impegnativo, ma è bellissimo essere parte di un processo creativo così stratificato.

Quali sono le realtà radiofoniche che interpretano meglio la missione di promuovere musica nuova?
In Europa sono soprattutto le radio del servizio pubblico a farlo: in Italia RadioRai, soprattutto Radio2, e all’estero BBC, Radio France, Rtè, Radio Wave, SRG SSR e via dicendo. Possono farlo perché la loro missione è l’innovazione e non devono per forza inseguire gli ascolti e gli investimenti pubblicitari, quindi possono permettersi di rischiare di più. C’è da dire, però, che al di fuori dell’FM stanno nascendo anche molte realtà online particolarmente interessanti, come Casa Bertallot o AkaSoulSista. In America, invece, il panorama è più vario, ma a livello di sound le radio più sperimentali sono quelle satellitari/digitali, le trasmissioni in podcast e le radio universitarie.

Quali sono le dinamiche con le quali i programmi come Babylon operano?
Sono dinamiche molto democratiche! Ad avere l’ultima parola è ovviamente Carlo Pastore, che è conduttore e capoprogetto, poi ci siamo io, Gianluca Quagliano (autore) ed Elisa Bee (dj e producer) a dare input e a collaborare ciascuno nel suo ambito; completano il quadro il nostro curatore Renzo Ceresa e il tecnico del suono che ci segue nella maggior parte dei nostri impegni, Toni Faranda. Diciamo che nelle nostre scelte al 50% pesano i nostri gusti personali (musica che ascoltiamo volentieri, che ci piace, che ci conquista, che cantiamo e balliamo mentre registriamo le puntate e per fortuna nessuno ci vede!) e al 50% pesa l’attualità o, ancora meglio, la futura attualità (artisti o dischi che stanno emergendo e di cui tutti parleranno di lì a poco). Come dicevo abbiamo grande libertà, e cerchiamo di sfruttarla al massimo.

Ascoltando Babylon si ha davvero l’impressione di allargare il proprio panorama sulla musica contemporanea. È importante allentare la divisione dei generi oggi? Ritieni che il pubblico italiano sia allenato/pronto a cogliere stimoli nuovi o sia un po’ restio nell’apprezzare le novità?
Secondo me quello dei generi è un falso problema: l’importante non è smetterla di classificare la musica che ascoltiamo, ma ascoltare tutto senza pregiudizi. Un sacco di gente si nasconde dietro la divisione in generi per evitare di mettersi in gioco: “Mi piace solo il rock, per cui questo disco hip hop non provo neanche a sentirlo”. Il pubblico di casa nostra è molto abitudinario: una larga fetta di ascoltatori italiani preferisce andare sul sicuro quando ascolta musica, ma è anche colpa dei media e del music business, che non li stimolano ad allargare i loro orizzonti e continuano a riproporre prodotti sempre simili per non rischiare.

Come si fa a snidare qualcosa di davvero originale? Ti è mai capitato di arrivare prima degli altri a cogliere le potenzialità di un artista emergente o di un genere?
Innanzitutto ascoltando tonnellate di dischi, vecchi e nuovi, perché se non hai una buona cultura musicale di base è impossibile capire cosa è originale e cosa non lo è. Sugli artisti emergenti a Babylon ci è capitato spesso di arrivare prima di altri, e forse il caso più eclatante è stato quello di Lana Del Rey, che abbiamo iniziato a suonare ben prima che ottenesse un contratto discografico, quando ancora si limitava a pubblicare da sola le sue canzoni sui vari social. La nostra costanza ha dato i suoi frutti, perché quando finalmente nel 2012 ha firmato con Universal ed è arrivata in Italia a presentare il suo primo album Born to die, ci ha premiato con un live e una lunga intervista in esclusiva!

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Da Babylon (18/9) ti riporto le parole di Henry Giroux: “Il capitalismo attorno alla cultura è un assassinio; elimina la magia, la qualità, tutto ciò che stimola l’immaginazione e impedisce al vero talento di emergere” – sei d’accordo?
In parte è sicuramente vero, ma non tutto il male viene per nuocere: se la musica non fosse un business, gli artisti sarebbero costretti a fare altri lavori per mantenersi e non avrebbero tempo per dedicarsi alla propria creatività. L’importante è che la cultura prevalga sempre sulla questione economica.

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Qualche nome che tieni a citare in questo inizio di ottobre 2016 per Pequod?

Per non fare un elenco lunghissimo, di musicista ne scelgo uno solo: la rivelazione del 2016 per me è e resta Anderson.Paak, che tra l’altro sta per uscire con un progetto in collaborazione con il producer Knwxledge dal titolo NxWorries. A Babylon ne siamo tutti innamorati.

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