La provincia: leggende bergamasche

Scritto da

La provincia è luogo di superstizioni e leggende da sempre. Quella bergamasca non fa eccezione, con leggende che spaziano dal soprannaturale alle classiche storie di briganti, eroi e paladini della giustizia.

La caccia del diavolo

Una delle storie più interessanti della bergamasca è quella della cosiddetta “caccia morta” o “caccia del diavolo” lungo la Mughera, il monte di fronte al Pizzo Coca, tra Ambria e San Pellegrino. Con qualche variante, la leggenda è narrata da una parte e dall’altra della provincia e sono tanti i testimoni convinti che sia assolutamente vera.
La leggenda narra degli spiriti dannati di cacciatori atei e blasfemi, che saltavano la Messa per rincorrere uccelli e selvaggina.

Nel paese di Santa Brigida, dall’apertura della caccia in poi, si dice che questi spiriti si raccogliessero in una cascina di mandriani della solitaria valle di Guei e la sera, dopo l’Angelus, sguinzagliassero i loro cani. Tutta la notte, fino all’Ave Maria del mattino seguente, si sentiva, di roccia in roccia, da un bosco all’altro, un abbaiare agghiacciante di cani invisibili, che sembrava stessero inseguendo la selvaggina, e i fischi dei cacciatori dannati.
Si dice che una volta, a Costa Serina, un tale osò urlare contro questa muta di cani fantasma. Il giorno dopo trovò appesa alla porta una gamba umana sanguinante. Spaventato, l’uomo andò dal parroco, che gli consigliò di urlare di nuovo contro i cani la notte seguente. Lo fece, e la gamba sparì dalla sua porta.
A Gandino invece si pensa che la “caccia morta” sia guidata da una donna terribile, una sorta di orchessa. A Clusone, la leggenda si fa ancora più evocativa ed inquietante: qui la “caccia morta” era costituita da una muta di cani dalle forme mostruose e dagli occhi infuocati, seguiti da ombre umane col fucile al collo.
Ad Ardesio, nelle sere buie, si vedrebbe vagare una bara preceduta da quattro enormi cani neri che portano in gola candele accese.
Insomma, cosa ci portiamo a casa? Ricordatevi di andare a messa, altrimenti potreste ritrovarvi ad infestare le valli e a spaventare tutti!

Le streghe

In tutta Europa, in epoca medievale, si parlava di streghe e la bergamasca non era da meno: in tutta la provincia si attribuiva alle streghe la capacità di trasformarsi in volpi, gatti, capre e molti altri animali.
Sembra che nella frazione di Cà del Foglia, a Brembilla, abitassero molte streghe. La gente del luogo racconta che, una volta, un cacciatore aveva ferito una volpe con un colpo di fucile, e la vide fuggire verso il paese. Poco dopo, una vecchia del paese si ritrovò in fin di vita e iniziarono a girare le voci che la volpe ferita fosse la stessa vecchia moribonda.
A Stabello si racconta di un uomo che stava andando a Bergamo per il mercato del lunedì, di notte, e si trovò seguito da un grosso gatto. Spazientito, l’uomo tirò un calcio fortissimo all’animale, che sparì. Quasi istantaneamente venne colpito da un ceffone così forte sul volto, che gli si gonfiò tutta la faccia e fu costretto a tornare a casa.
A Valnegra vi diranno che in certe ore notturne una strega sotto forma di maialino passeggia su e giù per la strada provinciale, nelle vicinanze del Ponte di Borgogna, dal quale cade grugnendo e trasformandosi in una palla di fuoco.
A Villa d’Almè si diceva con grande serietà che non si dovevano portare i bambini alle fiere o alle sagre di paese, perché tra la folla poteva trovarsi una strega che, col suo potere malefico, tramite una carezza, l’offerta di un dolcetto o una sola occhiata, avrebbe potuto stregare i bambini e farli morire di qualche male incurabile. A meno che, sfidando la scomunica che sarebbe arrivata dal Vaticano, la madre del bambino non avesse fatto bollire gli abiti dei suoi figli insieme ad un crocifisso. Sentendo un dolore intenso nel corpo, la strega era costretta a presentarsi per chiedere perdono e guarire il bambino.
Come quelle di tutto il mondo, anche le streghe bergamasche avevano il loro Sabba. La notte del giovedì si facevano trasportare sul Monte Tonale, in groppa agli spiriti infernali, dopo essersi truccate per sembrare più giovani. In una grande grotta in cima rimanevano tutta la notte a ballare con folletti e stregoni. Prima dell’Angelus del mattino, erano di nuovo a casa loro, come se niente fosse.

Il Pacì Paciana, padrone della Val Brembana

Quando la leggenda si mischia a fatti realmente accaduti, ecco nascere la storia più famosa della bergamasca. Parliamo del famoso brigante Vincenzo Pacchiana, detto Pacì Paciana e soprannominato “padrone della Val Brembana”, vissuto a fine del 1700.

Era nato a Zogno e divenne una spia del governo veneto. Possedeva un’osteria nei dintorni del paese natale, dove si riunivano tutti i farabutti del tempo. La sua carriera inizia con un furto con scasso in una casa parrocchiale, per il quale verrà arrestato la prima volta. Starà in carcere qualche mese, fino a quando la rivoluzione francese non gli concede la grazia. Uscito di galera, si dedicherà a furti su furti per tutta la vita, finché il suo socio, brigante come lui, volendo incassare la taglia che c’era sulla sua testa, lo uccise nel sonno e portò la testa a Bergamo, che venne esposta sotto la ghigliottina della Fara, all’inizio dell’agosto 1806. Un brigante come tanti altri, insomma. Questa è la storia.

Ma la leggenda ci racconta una storia completamente diversa. Il Paciana veniva descritto come un uomo forte e coraggioso, che non sopportava le ingiustizie nei confronti della popolazione più povera.

Si dice che l’inizio delle sue disgrazie avvenne nel 1804, quando il Pacì ospitò in casa sua due conoscenti sorpresi da un temporale. Cedette ai suoi amici il suo letto, e andò a dormire su della paglia in cucina. La mattina dopo, i conoscenti se ne andarono e portarono via un orologio, un caro ricordo della mamma del Pacì. Il Pacì si arrabbiò molto, li inseguì e nei dintorni di San Pellegrino li convinse a farsi ridare l’orologio, ferendo uno dei due.

Si dice che pochi giorni dopo gli venne intimato di presentarsi davanti al giudice di San Giovanni Bianco, con l’accusa di furto e di ferimento. Entrato in Tribunale, il Pacì si trovò faccia a faccia con i suoi accusatori, e quando i poliziotti si avvicinarono per mettergli le manette, impazzì, prese una sedia e la spaccò sulle schiene dei poliziotti, per poi fuggire.

Nelle credenze popolari diventò quindi un uomo che ha subito un’ingiustizia, e aveva solo cercato di difendersi, e da allora fece di tutto per portare la giustizia ovunque andava. I teatrini e i burattini di provincia, cominciando a rappresentare le sue storie, lo resero l’eroe che è conosciuto adesso in tutta la bergamasca.

 

Categorie Articoli:
Cultura · Senza categoria

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza cookie terzi per le sue funzionalità. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.
Pequod