La sintesi in un fiore: storia d’una primavera giapponese

Scritto da
Davide Tacchini

Primavera. Agli occhi dell’occidente è significante fidente in un crescendo di calore, luce e colore.
Nell’arcipelago nipponico, dove sembra che gli animi siano più melanconici, è allo stesso tempo annuncio di un inevitabile prossimo autunno.
Presentata così c’è da svenarsi, me ne rendo conto, ma con qualche approfondimento si può facilmente cogliere la raffinatezza e la lucidità della visione orientale.
Primavera quindi, o 春 (Haru) in “sol levantese”: è il periodo che crea lo scenario figurativo più diffuso dell’estremo oriente, la “cartolina” di idillio, un’armonia cromatica d’altro mondo. Ed è su un aspetto prettamente botanico che si fonda il culto della primavera giapponese e si sviluppa una profonda e sentita elucubrazione filosofica: la fioritura dei ciliegi.
Da Aprile a metà Maggio lo spettacolo della manifestazione floreale percorre le isole da sud a nord ammantandole di ogni sfumatura di rosa. La breve durata del fenomeno è valsa alla delicatezza del fiore di ciliegio (sakura in “gergo”) la qualifica di simbolo di bellezza fugace, di impermanenza e ciclicità di tutto ciò che esiste. Da qui la fine tradizione della pratica dell’Hanami (花見) ovvero “ ammirare i fiori”: attimi empatici dove tra l’occhio dell’uomo e il processo della corolla si crea un colloquio dolce e malinconico sull’arco della vita.

Per destreggiarci nell’argomento, utile è riportare tratti d’esperienza “su campo” di Ginevra: giovane romana, si ritrovò per casi di vita a condurre un viaggio di un mese in terra giapponese; caduta in preda al suo fascino, negli anni successivi ha continuato la frequentazione con assidua passione, assistendo al rivelarsi di tutte le stagioni e al viverle del suo popolo.
Una delle sue ultime scappate orientali ha visto una fortuita e fortunata partenza nella seconda metà di Marzo che è valsa, al suo giungere in Tōkyō, un’accoglienza da regina: «I parchi e i viali della città esplodevano di centinaia di tonalità di rosa, dal pallido al vivido, che coronavano il ritrovato verde primaverile. I boccioli si erano schiusi qualche giorno prima del mio arrivo. Ci sono migliaia di cultori e appassionati dell’Hanami che, da ogni parte del mondo, ogni anno monitorano le papabili date della fugace fioritura per poter prenotare il periodo di pellegrinaggio e presenziare all’evento con puntualità; io ho avuto una fortuna sfacciata continua dacché, nel mio muovermi dalla capitale a Kyoto, ho persino seguito involontariamente i momenti di sbocciatura partecipando quindi a due intere settimane di suggestione».
Tutte le varietà dei ciliegi, infatti, nell’arco di circa un mese e mezzo, vanno in fiore partendo dall’area sud-est del paese e continuando verso l’ovest e il nord; per cui ogni regione offre lo spettacolo in tempi differenti, in base alla posizione geografica.
«Invitata da Yuri, un’amica “autoctona”, al parco Yoyogi (nella zona di Harajuku, nel centro di Tōkyō) ho potuto celebrare il mio primo Hanami con tutti i crismi della tradizione: in un vasto spazio, gremito come una spiaggia italiana d’agosto, migliaia di famiglie, amici e colleghi hanno steso le loro tovaglie da pic-nic sotto l’arboreo tetto rosa. Petali cadono tra il vociare e il brulichio infinito, si posano sull’ebrezza generale. Cibarie e birra ad accompagnare i festeggiamenti. Noi cerchiamo un piccolo ritaglio di prato libero per goderci i nostri bentō (box da pasto) e la surreale gioia dilagante».

Un entusiasmo fugace, quello dei giapponesi, che esorcizza la paura del “terminare delle cose tutte” con un’ode tra l’apollineo e il dionisiaco, l’esaltazione del bello e l’abbandono all’euforia.
«Avrei dovuto spostarmi a Kyoto qualche giorno più tardi, ma l’enorme afflusso di turisti aveva già saturato le disponibilità di alloggio; così ho dirottato su Nara, città pressochè limitrofa e famosa per l’ampio parco che sorge nei suoi confini.
Anche qui la piena fioritura mi ha accolto, ma in uno scenario decisamente più suggestivo rispetto a quello della metropoli: nell’area verde, dove migliaia di cervi vivono liberi e sereni nei confronti dell’uomo, ho incontrato solo un numero contenuto di visitatori! Tra loro, i più passeggiavano in coppia in abiti da festa tradizionali (Kimono e Yukata) allungando biscotti ai cervi o presi da sessioni fotografiche da neosposi; essendo questo un periodo d’incanto e buon auspicio, la celebrazione di matrimoni è infatti molto frequente. Avevo dunque trovato la situazione favorevole per un approccio contemplativo intimo con il paesaggio naturale».
Dal campo base di Nara, Ginevra ha poi mosso in giornata verso mete vicine: a Himeji, il famoso castello bianco pareva una visione ultraterrena, incorniciato di fiori e scintillante di sole com’era!

Poi finalmente, Kyoto. In quest’ultima tappa, saliente è lo scenario che le si para innanzi nel preservato antico quartiere di Gion, celebre per essere stato ospite di bordelli e sale da tè: «Il rione è attraversato da piccoli canali che in quell’occasione erano riempiti da una distesa di petali; l’effetto era quello di un fiume rosa in movimento, un’essenza fluttuante, bellissimo! Poi, la sera, in più zone della città, gli alberi vengono illuminati dalla base verso l’alto dando inizio all’affascinante Yozakura (lett.: la notte dei ciliegi), ossia l’Hanami notturno».

In questo mondo
camminiamo sopra l’inferno
guardando i fiori.
(Kobayashi Issa)

[Fotografie di Ginevra Latini]

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