Le cicatrici di Lanzmann

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A tutti quelli che conoscono a menadito il lavoro di Claude Lanzmann farà piacere sapere che è in arrivo un biopic, firmato dal giornalista americano Adam Benzine, nominato nella cinquina dell’Academy come Best Documentary Short Subject. Claude Lanzmann, francese, scrittore, insegnante e regista, amico di Simone de Beauvoir e di Jean-Paul Sartre nonché direttore di Les Temps modernes, nel 1973 inizia a lavorare a quella che passerà alla storia del mondo (e del cinema) come un’opera magna: Shoah esce nel 1985 e parla dell’olocausto attraverso un’eccezionale finezza di regia e montaggio; 11 anni di lavoro e 10 ore di film che hanno consacrato Lanzmann nell’olimpo dei maestri d’indagine del reale. Serio e pacato, Lanzmann volge la sua ricerca verso i testimoni oculari, le persone che hanno vissuto il rispetto delle regole senza domande e adotta un punto di vista interno su un sistema folle e ordinario. Shoah è un fiume di parole, frammentato da quadri bucolici dei luoghi di morte; nessun repertorio, ché «l’immagine uccide l’immaginazione»: a parlare è la storia degli uomini. La Soluzione Finale non fu mai dettata da un ordine scritto, ma da una burocrazia che fu «una successione di piccole tappe, superate secondo una logica» scrive Giuseppe Genna, al termine della quale «i burocrati sono diventati inventori». Shoah è testimonianza eccezionale nonché lezione fondamentale sulle possibilità del documentario, sul suo linguaggio e sulla sua grammatica.

Dopo anni di lotta con gli spettri di Shoah, nel 2013 arriva Le dernier des injustes, la storia di Benjamin Murmelstein, il primo intervistato da Lanzmann a Roma negli anni ’70 e da subito meritevole di un film a sé. Tre decani si alternarono all’ “amministrazione” del ghetto-modello di Theresienstadt, 60km da Praga, specchietto per le allodole per il resto dell’Occidente: l’ultimo e l’unico decano sopravvissuto fu Murmelstein, al lavoro con “il demone” Eichmann anche per le liste di chi doveva restare e chi doveva partire. Scagionato dal tribunale cecoslovacco dall’accusa di collaborazionismo, Murmelstein è passato alla storia come figura estremamente controversa e Lanzmann ne restituisce un’immagine complessa, al di là del bene e del male. Curiosamente, lo stesso anno Claudio Giovannesi completa un altro pezzetto del puzzle, filmando l’isolato WOLF Murmelstein, il figlio dell’ultimo degli ingiusti.

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In un mondo composito di testimoni e fatti storici, Lanzmann ha sempre messo a punto la sua versione, lavorando a tesi. Non fategli domande: quello che c’era da dire è già nell’autobiografia Le lièvre de Patagonie (2009) e nei suoi film. Intervistarlo è compito arduo, ma questo non ha dissuaso Benzine. Spectres of the Shoah è il documento finale, il passaggio in cui l’intervistatore passa dall’altro lato e racconta l’approccio alla materia, che agli albori non superava la nozionistica generale sui numeri. Quello che non sapeva è quanto questo gli avrebbe cambiato la vita: l’angoscia che continua a pervadere l’autore e che, conseguentemente, non può mancare nello spettatore; la stanchezza, che gli ha impedito per anni di mettere mano alla storia di Murmelstein. Oltre questo, nell’intervista di Benzine c’è tutto il processo produttivo, compreso l’inganno necessario su soldi e tempi per portare a termine la ricerca, compresa la spinta oltre i limiti con i suoi intervistati, messi alle strette e portati a parlare, a rivelarsi. Benzine fa un ritratto calcolato, arricchito da altro materiale inedito dall’Holocaust Memorial di Washington, creando un film di taglio giornalistico, primariamente per il pubblico americano.

Per chi non ha mai segnato Shoah tra i film da vedere, un consiglio senza retorica: 9 ore e mezza passano come un fulmine e lasciano davvero un’emozione irreversibile. Farà da testo la realtà, dove le cicatrici del regista sono quelle di chi ha percepito l’umanità. È la memoria dell’oppressione che vivono tutti i popoli sotto nuove e vecchie dittature, scoperte o mal celate sotto la coperta dell’Occidente democratico. È ricordare che in Europa non manca mai il ritorno inutile di spinte nazionaliste.

Per chi non fosse ancora convinto di rinunciare alla fiction, almeno per dovere di cronaca vale la pena di segnalare un’altra opera cinematografica di qualità, ché si possono superare Schindler’s list e Benigni: date una chance all’ungherese László Nemes, già assisente di Béla Tarr, e alla sua opera prima Son of Saul. Dentro vi troverete, ancora, tutte le cicatrici di Lanzmann.

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