L’eco del canto dei griots tra letteratura e storia

Scritto da
Sara Ferrari

Quando “l’uomo bianco” si ferma a pensare all’impatto che ha avuto il nostro passato sul continente africano, l’accento è sempre posto sulle astronomiche cifre delle vittime uccise e schiavizzate, sulle conseguenze socio-economiche, sull’impatto ambientale dell’industrializzazione forzata. Ma quanto ha influito sul continente africano l’invasione europea da un punto di vista culturale?

Per avere un’idea quanto più approssimativa di quanto possa aver perso il continente nero da quest’incontro, basta entrare in molte biblioteche europee e osservarne l’organizzazione: la letteratura europea è suddivisa per nazione d’appartenenza; una suddivisione appena accennata si ha per la letteratura americana e latinoamericana, mentre spesso non esiste una sezione africana. La letteratura continua a caratterizzarsi per un fortissimo eurocentrismo: i testi degli scrittori africani sono catalogati in riferimento alla lingua in cui sono scritti, quindi disposti nei settori destinati ai paesi colonizzatori, anche a costo di smembrare collane che vogliono ricostruire una storia della letteratura africana.

La perdita che si ha da una disposizione così disomogenea, che non tiene minimamente conto dell’evidente cesura che caratterizza la storia dell’Africa, è altissima e reitera gli errori commessi dai colonizzatori, quando approdati nel continente hanno considerato gli indigeni come uomini privi di qualsiasi forma culturale.

Griot della costa africana occidentale

Griot della costa africana occidentale

Da un lato, infatti, abbiamo una letteratura postcoloniale che, sebbene spesso sia letteratura di migrazione e dunque a pieno titolo inserita nel paese verso cui muove denuncia (numerosi gli esempi di letteratura franco-nordafricana), più spesso tratta di realtà pienamente africane (un esempio è il realista Ousmane Sembène, che descrive la lotta sindacalista senegalese). Dall’altro lato, numerosi scrittori africani si sono applicati in un’impresa significativa per la storia mondiale: il recupero della tradizione orale, persa a causa dell’invasione europea.

In tutta l’Africa Sub sahariana, fino al XVI secolo ogni forma di conoscenza era tramandata oralmente e, a dispetto di quanto pensarono i colonizzatori, grande rilevanza era data alla memoria storica. Il compito di conservare i preziosi moniti tramandati era affidato a una figura precisa: il griot, in tutto assimilabile all’aedo greco, aveva il compito tanto di memorizzare la costituzione dei regni, quanto di fare da precettore ai giovani aristocratici. I griots, che un tempo conservavano princìpi, tradizioni e costumi, vivono in Africa ancora oggi: molti di loro hanno modernizzato la loro arte, ora sono musicisti o ballerini; altri, nascosti nei villaggi dell’entroterra, continuano a raccontare la storia in melodie.

Djibril Tamsir Niane fornisce un modello perfetto dell’approccio moderno; nato in Guinea nel 1932, docente di storia africana, ha ascoltato i racconti di griots sparsi nel suo paese natale per ricostruire una parte di storia del continente africano. Accanto a manuali di storia, tra le sue pubblicazioni si trova un testo dalla forza espressiva tipica della tradizione orale: Sundiata, l’epopea mandinga.

Gli scrittori Ousmane Sembène (1923-2007) e Tjibril Tamsir Niane (1932)

Gli scrittori Ousmane Sembène (1923-2007) e Tjibril Tamsir Niane (1932)

Il racconto ha un carattere fortemente mitologico, con esagerazioni e imprese leggendarie, ma al contempo costringe alla consapevolezza di un suo ancoramento a una veridicità storica: continui i rimandi alla figura di Carlo Magno, la cui impresa è confrontata a quella di Sundiata, l’eroe che unificherà le terre abitate dal popolo Mandingo.

L’autore stesso, nell’introduzione, ci avverte di quanto nella cultura africana la realtà sia un concetto distante da quello del mondo occidentale, spesso inestricabilmente intrecciata al mito, spesso celata a orecchie profane. Significativo è il giuramento dei griots di tramandare solo ciò che la corporazione richiede, perché «ogni vera scienza deve essere un segreto».

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