L’isola degli schiavi e delle bouganville, Gorée

Scritto da
Sara Ferrari

Ripescando tra i ricordi le immagini di Dakar impresse nella memoria, tra la frenesia di motori e clacson, la confusione dei venditori in strada, l’incanalarsi stretto delle vie dei quartieri di quest’enorme capitale, si aprono fotografie di oasi pacifiche colorate in modo acceso e vivace, profumate di fiori e brezza marina, rallegrate dai suoni della natura e di musicisti muniti di strumenti tradizionali: sono le isole di Ngor e Gorée, piccole perle ornate di bellezze floreali, custodite nel ventre dell’oceano e disvelate all’uomo come un dono.

Passare a Gorée a ogni rientro in Senegal è ormai come un rituale, che garantisce all’animo una scorta di serenità da riportare con sé in Europa. A ogni rientro in Senegal, prendo la strada per il porto e qui, a pochi metri dal mare e dal traghetto dove alle mie origini verrà dato un valore monetario (5000 cfa per gli occidentali, qualcosa meno i cittadini africani, solo qualche moneta per i residenti locali), mi sento ancora una volta sotto accusa e poi assolta. Mi fermo di fronte alla statua dei soldati che si abbracciano, francese uno e senegalese l’altro, uniti nel trionfo della fine della Seconda Guerra Mondiale. Mi fermo pensando a quanti “grazie” abbiamo scordato di dire a questa terra, troppo poco citata nei libri di storia, ma finisco sempre con il sentirmi irrisa dalla stazione che sovrasta il piccolo memoriale, che a fine ‘800 mi avrebbe portata a Saint-Louis, dall’altra parte del paese, e invece ora crolla pigramente, mentre decine e decine di tassisti riempiono di pessimi gas di scarico il cielo sopra il Senegal. Qui come nel resto del mondo, la tecnologia avanza e la modernità soppianta le scoperte del passato, lasciandosi il vecchio alle spalle e valutando in ritardo le conseguenze.

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Il porto è stipato di vecchi cimeli che a ogni onda piangono in cigolii gli anni trascorsi in acqua, mangiati da ruggine e salsedine, assemblati in continue nuove forme, inesorabilmente galleggianti. Tra loro si fa strada il traghetto carico di varietà umane e di merci nostrane: la mattina forme femminili avvolte in pagne colorati affollano di chiacchiere e pettegolezzi il ponte; negli orari di punta, le voci allegre e giovani degli studenti dell’istituto Mariama Bâ, titolato a una delle più importanti scrittrici e femministe senegalesi, riempiono la brezza che arriva dal mare di scherzi e lezioni; nei periodi turistici, aumenta il numero di africani non senegalesi sull’isola, discendenti degli schiavi deportati tra il XVI e il XIX secolo, che come in pellegrinaggio vanno a visitare l’Isola di Gorée, l’Isola degli Schiavi.

I residenti locali cercano in ogni modo di distrarre le menti dei turisti, attraverso i cas-cas agitati a produrre un piacevole ritmo e le perline intrecciate in collane uniche, tentando di eludere i sorveglianti che vorrebbero garantire un viaggio senza il petulante chiedere che è una delle caratteristiche del folklore di questo paese. Non meno accogliente è l’approdo, quando Gorée si avvicina in un progressivo definirsi dei contorni di quell’esplosione di colori vivaci che la pitturano: dalle facciate pastello decorate di balconate delle ville coloniali, alle piroghe spennellate artigianalmente di scritte augurali e forme geometriche; dai giardini verso cui incanalano viali straripanti buganvillee rigogliose, ai tessuti e i quadri esposti dagli artisti del mercato artigianale Le Castel; ogni forma colorata e l’accostarsi dei diversi toni formano un insieme genuinamente gioioso.

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Quest’isola così piccola e oggi così vivacemente accogliente, è stata per secoli teatro di incredibili orrori, uno tra i più importanti luoghi della più grave diaspora della storia umana, che ha qui lasciato tracce attraverso cui gli africani preservano oggi memoria storica di ciò che hanno subito. Scoperta dai portoghesi nel ‘400, passata ai Paesi Bassi che nel XVI secolo le attribuirono il nome Good Reede (“buon viaggio”; poi traslitterato in Gorée), divenne sotto il dominio francese un importante porto da cui partivano le navi dirette in America. A pochi metri dalla spiaggia che è oggi il punto di attracco dell’isola, nascosta tra fiori e abitazioni affacciate su ampi sterrati interni, la porta della Casa degli Schiavi apre su un cortile non troppo largo in cui impera una scalinata doppia di forma ogivale, che monopolizza lo sguardo, distraendo dalle piccole porte grezze che intervallano i massicci muri rosso intenso dell’edificio. La pelle ebano delle guide che gestiscono il museo oggi nella casa, si illumina dei sorrisi che aprono chiedendo quale lingua sia la prediletta per ascoltare i racconti delle atroci realtà di quella casa. Al piano superiore, dove un tempo gli schiavisti si affacciavano per godere della vista tanto della distesa oceanica, quanto degli schiavi in partenza, illustrazioni di dame imbellettate, che passeggiano con africani al guinzaglio o al seguito agitando ventagli e reggendo ombrelli, fanno da sfondo alle catene, le armi, gli strumenti di tortura conservatisi nel tempo.

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Non si conta il numero di africani costretti nel corso di ben quattro secoli di schiavismo a respirare entro le possibilità di collari minuti, a camminare nello spazio concesso da pesanti cavigliere ferrose, a mangiare all’ingrasso rinchiusi dentro casse di legno, pur di non perdere il guadagno di una merce, persa per digiuno volontario. Non si conta nemmeno il numero di africani passati per il piano inferiore della Casa degli Schiavi, costruita negli anni 80 del ‘700 e rimasta in uso fino al 1848, i cui spazi erano organizzati per una comoda suddivisione dei beni da trasportare: dietro le porte affacciate al cortile, in stanze dalle dimensioni inspiegabilmente ridotte venivano stipate quantità inverosimili di esseri umani, distinti tra donne, uomini e bambini. Un’unica porta si affaccia su una vista che toglie il respiro: è la porta per l’inferno, che non può essere attraversata perché si affaccia su un fossato a strapiombo; unico modo per valicarlo è il pontile della nave negriera che attracca direttamente alla porta, senza lasciare il tempo nemmeno per un ultimo pensiero, un ultimo sguardo, un ultimo destino.

«Dem amoul dik. Andata senza ritorno.» mi sussurrano all’orecchio la prima volta che mi affaccio, l’orizzonte aperto al mio sguardo a suggerire che proprio lì finisca il mondo. Invece il mondo non finisce, l’orizzonte non si conclude e dall’Africa c’è ancora chi parte senza che lo sguardo raggiunga la meta, senza che sia concesso un ultimo respiro, talvolta senza ritorno.

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