Louie

Scritto da
Simone Buzzi Reschini

Forse non molti lo sanno, ma questo 6 novembre sono andate in onda su Fox Comedy le prime due puntate della quinta stagione di Louie, una serie che condivide con molte altre il triste destino di non ricevere l’attenzione che invece meriterebbe. Ma proprio gli aspetti che più rischiano di allontanarla dal pubblico mainstream sono quelli che la rendono essenzialmente unica nel suo genere. E il modo migliore per introdurla è parlare dell’uomo che le ha dato vita, indissolubilmente legato a questa sua creatura.

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Louis C.K. inizia la sua carriera come stand-up comedian prima a Boston e poi, dal 1989, a Manhattan, dove vive attualmente. Già da subito lavora anche in campo televisivo, scrivendo episodi per vari talk-show, tra cui il Late Show di David Letterman e simili, fino a quando nel 2006 va in onda su HBO Lucky Louie, dove figura come creatore e attore protagonista. La serie però non ha successo e viene cancellata dopo la prima stagione e a causa di questa brutta esperienza C.K. perde l’interesse nel mondo della TV e respinge molte offerte da reti importanti. Ma è qui che le cose si fanno interessanti: il presidente della rete FX (che per intenderci ha sfornato prodotti come American Horror Story, The Americans, Fargo) si incontra con Louis, con l’intenzione di trovare un accordo. C.K. quindi accetta il modesto budget di 200.000 dollari per produrre l’episodio pilota, in cambio però di libertà creativa assoluta.

Louie è uno dei rarissimi casi in cui gli executive della rete non possono mettere bocca su niente, nemmeno con delle note. La serie infatti è scritta, diretta, interpretata e prodotta dallo stesso ideatore, che si occupa in prima persona di ogni aspetto, anche del montaggio, che realizza comodamente da casa sul suo MacBook Pro, mentre le figlie sono a scuola. Ma non si limita a questo, in quanto la serie è a tutti gli effetti una versione romanzata della sua vita a New York, dove Louie, divorziato e padre di due figlie, ci mostra quanto possa essere esilarante, folle e surreale la quotidianità.

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Al contrario della maggior parte delle sit-com, dove la rigidità del formato è un elemento portante, qui troviamo una struttura decisamente inusuale e atipica: le performance dal vivo di stand-up si alternano alle sue vicende personali, con queste due linee narrative che a volte, ma non per forza, sono connesse a livello di tematiche. Ma a detta dello stesso Louis C.K. il messaggio da veicolare è più importante del format, e ciò diventa evidente a partire dalla terza stagione, dove non necessariamente sono presenti i momenti di stand-up o la sigla iniziale e alcune storie vengono raccontate in un arco di più puntate, sistema che diventa poi dominante dalla stagione successiva.

Il grande successo di critica è dovuto senz’altro alla scrittura brillante e anticonvenzionale della serie, che ha guadagnato all’autore ben due Emmy Awards. Le tematiche sono le stesse che C.K. tratta nei suoi spettacoli dal vivo: il sesso e il divorzio, la religione, la depressione, il capitalismo, l’orientamento sessuale e molto altro. Ma è il modo in cui essi vengono trattati che stupisce e diverte: esperienze e conversazioni di tutti i giorni sono viste da una prospettiva totalmente alienata, una posizione critica verso il mondo e chi lo abita, uno humor nero e fuori dalle righe che ci apre gli occhi sulle assurdità su cui ormai si basa il nostro stile di vita.

 

 

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