Luchamos para crear, creamos para vencer

Scritto da
Emilia Marzullo

Ci troviamo nel Sud-Ovest dell’America Latina, nel lembo di terra che si estende dal 17° parallelo fino alle terre antartiche. Ci troviamo in Cile, un paese complesso, ricco di storia dura e di bellezze. Un paese che fino ai recenti anni Novanta ha vissuto il peso di una delle dittature più violente e assassine. Dopo il golpe al governo socialista Allende, venne trasformato da Pinochet nell’esperimento neoliberale dell’America Latina. Un Paese, nelle cui vene scorre ancora il sangue dei morti, dei desaparecidos e degli esiliati.
In Cile l’eredità del governo militare si vive, è presente nella Costituzione degli anni ’80, modificata negli anni ma mai abrogata. È presente in quei diritti sociali non pienamente garantiti, ma lasciati alla feroce logica della democrazia di mercato.FOTO2

Il diritto allo studio è uno di questi. Studiare nelle università statali in Cile significa indebitarsi. Una carriera quinquennale, equivalente al nostro diploma di laurea, può costare dai 10.000 euro ai 32.500; cifre, queste, che variano a seconda della città e del tipo di facoltà e percorso di studio. Il sistema di borse di studio vigente lascia fuori la stragrande maggioranza di studenti, pertanto l’unica scelta della gioventù cilena per accedere all’educazione universitaria è quella di contrarre debiti. La “questione studentesca” è un tema molto delicato e discusso, il movimiento estudiantil resta attivo nelle lotte e, quest’anno, ha invaso le università con domande di democratizzazione e gratuità dell’istruzione. Da Arica a Punta Arenas, più di 26 università hanno sperimentato lo sciopero generale e l’occupazione come forme di lotta per riaprire ed accelerare il dialogo con le rettorie.
Ci troviamo a Iquique, nel Norte Grande. Le spinte centraliste il più delle volte mettono sotto riflettori ciò che accade nella Regione Metropolitana di Santiago, oscurando tutte le altre zone del Paese. Iquique ha una forte coscienza studentesca: nel 2006, anno del movimento dei pingüinos, gli studenti medi che riempirono le piazza e le strade ottennero, oltre alla riduzione delle tasse d’iscrizione, la creazione di un Consiglio per la qualità dell’educazione; nel 2011, anno che rappresentò una vera e propria sfida per il movimento studentesco, le università iquiquegne restarono in “toma” per ben otto mesi, lottando contro un sistema educativo statale finanziato soltanto al 25% dalle casse dello Stato e per il restante 75% dagli studenti. Iquique visse da città protagonista entrambi i movimenti e anche quest’anno gli studenti sono tornati a manifestare per un reale diritto allo studio. Qui, sono due le università statali che hanno resisistito in “toma” per diversi mesi.

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In prima linea i ragazzi dell’Arturo Prat, organizzati nel Bloque Social, nato nel 2011 nelle facoltà di Trabajo Social, Psicologia e Sociologia e riformatosi quest’anno con un’adesione trasversale. La nuova ondata di protesta segue due filoni di lotta paralleli: da un lato la democratizzazione delle università a livello nazionale, dall’altro una serie di proposte per migliorare il sistema educativo a livello locale. Il primo ha a che vedere con una più egualitaria partecipazione degli studenti nel dibattito per costruire la riforma per una istruzione pubblica (Reforma de la Educación Pública). Si chiede che l’abrogazione del decreto DFL 2, retaggio della dittatura militare e avvenuta soltanto lo scorso anno, diventi effettiva e che consenta, così, agli studenti e ai funzionari amministrativi di partecipare alla votazione delle istituzioni universitarie secondo il metodo della triestamentalidad. Nel concreto, si esige l’istituzione di un tavolo di discussione in cui siano presenti al 33,33% professori, studenti e personale amministrativo in egual misura. La funzione di tale organo è discutere e informare sul regolamento interno, sugli organi di rappresentanza e sul finanziamento dell’università.
Dall’altro lato, durante l’ occupazione, si è redatta una petizione per migliorare l’insegnamento e le condizioni di vita studentesca dell’università Arturo Prat. Ci racconta Diego, 21 anni al terzo anno di Farmacia, di come l’occupazione sia nata da un’esigenza degli studenti di contrastare le misure della riforma riguardanti la carriera docente. “Il progetto di legge del governo prevede che ogni corso universitario cileno possa tenere un solo esame che abiliti gli studenti all’insegnamento”, spiega Diego, “ svalutando del tutto la Facoltà di Pedagogia, atta alla preparazione di professori qualificati, creando così una nuova classe di professori impreparati e non formati adeguatamente. Abbiamo bisgono di professori preparati e che vegano formati in una facoltà specifica”. Dall’urgenza di queste istanze, iniziano le prime mobilitazioni tra aprile e maggio. La prima facoltà a scegliere la via dell’occupazione fu Scienze Umane. Da qui iniziarono le prime trattative con il rettore e delle vere e proprie simulazioni di votazioni degli organi interni alla facoltà secondo il metodo della triestamentalidad, proposto a livello nazionale. Sulla scia della facoltà di Scienze Umane, si mossero nelle settimane successive gli altri studenti che, a fine maggio, dopo due giorni di sciopero generale, decisero di riappropriarsi degli spazi dell’università. Tutto questo per aprire opportunità di informazione, dialogo e discussione con gli altri studenti.

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Nei mesi di toma si organizzano workshop, incontri, proiezioni, giornate di autoformazione in cui partecipano studenti e professori vicini al movimiento. La vita in toma ha un sapore speciale, si fanno turni per cucinare, per pulire gli spazi e organizzare le attività. Si vivono giornate intense, di interesse partecipato e condiviso. Alcuni studenti partecipano alle riunioni con la Rettoria una volta a settimana. Si scrivono su carta le proposte nate dalla condivisione di idee e si preparano tre temi di negoziazione: la democratizzazione dei processi interni, la gratuità dell’istruzione a livello nazionale (così com’era garantita nel governo Allende) e la petizione interna. La motivazione degli studenti é forte e ció li porta a continuare la lotta fino ad ottenere ció che chiedono a voce alta. “Crediamo che l’istruzione non sia un bene individuale, bensí collettivo”, continua Diego “Quando uno stato ha una buona educazione pubblica e gratuita, la societá ottiene un valore aggiunto che va a beneficio di tutti. É cosí che piú persone possono contribuire, con la loro conoscenza, allo sviluppo del Paese. É per questo che continueremo a lottare per garantirci un futuro”.
Dopo quattro mesi di occupazione, ottenute gran parte delle condizioni richieste nella petizione interna, gli studenti decidono di tornare a lezione. Dai mesi di lotta si ottengono, tra le varie cose, più pasti gratuiti, asili nido gratuiti per i figli degli studenti dell’ateneo, un sistema di connessione a internet efficiente, un progetto per finanziare il trasporto degli studenti residenti nelle città limitrofe e l’apertura di un tavolo di discussione in cui parteciperanno i rappresentanti del movimiento estudiantil. Si festeggia, gli studenti si dicono vittoriosi ed entusiasti della lotta. Ma consapevoli che nel secondo semestre li aspetterà un compito ancora più difficile: mantenere vivo il dialogo democratico e la partecipazione nei processi decisionali.

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Attualità · Periscopio

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