Memorie di stagisti: la generazione del “fa curriculum”

Scritto da
Margherita Ravelli

Tirocini di formazione, stage finalizzati all’inserimento in azienda, internship non retribuiti in istituzioni prestigiose… la generazione choosy ha senz’altro l’imbarazzo della scelta per impiegare il proprio tempo dopo la laurea. Certo, di guadagnare qualcosa non se ne parla, ma si sa che ormai l’imperativo categorico che guida le scelte dei neolaureati, così come quelle di chi l’università l’ha finita da un pezzo, è quello del “fa curriculum”. Lavori dodici ore al giorno in un ufficio dove ti trattano come l’ultimo dei falliti, ti riempiono di faccende da sbrigare, per lo più rognose, senza la premura di spiegarti come fare? Non importa, sopporta, perché tutto fa curriculum! Gli sforzi e le vessazioni subite saranno ripagate durante i futuri colloqui, quando l’impiegato delle Risorse Umane, impressionato dalla serie di esperienze formative collezionate, ti proporrà un nuovo tirocinio di sei mesi. Ormai la tua vita funziona a semestri e il tuo conto corrente a rimborsi spesa, se sei fortunato.

Certo, generalizzare è sempre sbagliato, ed è giusto precisare che esistono realtà virtuose in cui fare uno stage rappresenta un’opportunità per imparare una professione e trovare un vero posto di lavoro. Ma si tratta purtroppo di pochi casi, anzi pochissimi. È bene sapere che in Italia solo uno stagista su dieci viene assunto dopo lo stage, mentre negli altri nove casi si tratta dei cosiddetti stage rolling, quelli cioè che non sono volti all’assunzione ma per cui lo stagista si rinnova ogni sei mesi, secondo il noto proverbio “morto uno stagista se ne fa un altro”.

trampolinodilancio.com

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Sono proprio questi stage a rotazione ad alimentare lo stereotipo, tristemente autentico, dello stagista sfruttato e maltrattato. Le testimonianze di alcuni ex-stagisti e le indiscrezioni di chi tuttora sta svolgendo un tirocinio hanno contribuito a stilare un elenco di caratteristiche fondamentali che lo stagista-a-scadenza farebbe meglio ad avere per resistere ai sei mesi di volontariato che lo aspettano.

Lo stagista non ha un nome

Giulia racconta che durante il suo stage le veniva rivolta poco la parola: funzionavano meglio le e-mail, che a decine intasavano la sua casella di posta con richieste di cose da fare, tutte urgenti. Ricorda che spesso leggeva il suo nome storpiato in “Gulia” o “Giula” e che quando il suo responsabile, con cui aveva a che fare ogni giorno per almeno otto ore, le rivolgeva la parola la chiamava “Valentina”, “Giada”, “Enrica”… Quasi preferiva quando semplicemente i colleghi dell’ufficio evitavano di interpellarla direttamente, col rischio di sbagliare nome, ma si limitavano ad alludere alla sua presenza con un più neutrale “la stagista”: «Ah, viene anche la stagista alla riunione?»

Lo stagista non sa fare nulla, ma deve sapere fare tutto

Dopo meno di un mese in azienda Carlo viene mandato in trasferta alla ricerca di clienti. Un’enorme opportunità, certo, ma forse una decisione un po’ avventata, visto che per tre mesi avrebbe dovuto viaggiare per la Cina vendendo un prodotto di cui sapeva poco o niente. Perché è ovvio, i suoi capi erano d’accordo sul fatto che lui, non avendo mai lavorato in ambito commerciale, non sapesse nulla di vendita, di marketing o di strategie di mercato, ma allo stesso tempo nessuno di loro si era preso la briga di seguirlo e formarlo a dovere. Così Carlo, senza alcuna competenza acquisita grazie al suo fantomatico “stage di formazione”, si è ritrovato da solo a gestire nuovi clienti e a cercare di convincerli della competitività dei prodotti venduti dall’azienda raccontando loro improbabili aneddoti, suggeritigli dai suoi capi italiani. Insomma, anche l’arte di arrangiarsi è una competenza da inserire nel curriculum.

west-info.eu

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Lo stagista non dovrebbe bere il caffè

Nel reparto di Giulia i colleghi-non-stagisti si concedevano lunghe pause caffè nella sala relax dell’ufficio, dove c’era una scintillante macchinetta del caffè funzionante a cialde. Nel frattempo le stagiste erano pronte a rispondere alle loro chiamate. Strano ma vero, Giulia e le altre stagiste non potevano accedere alla stanza del caffè, ma per concedersi una pausa dovevano uscire dall’ufficio e recarsi al distributore di bevande calde nel corridoio del loro piano. Niente di grave, è piacevole sgranchirsi un po’ le gambe quando si sta tutto il giorno seduti alla scrivania. Il problema si presentò un giorno in cui Giulia e altre tre colleghe, tutte in stage, presero la decisione di andare insieme a bere un caffè. Al ritorno, dopo cinque minuti, trovarono la segretaria dell’ufficio imbestialita perché in loro assenza nessuno aveva risposto al telefono! Poco tempo dopo i dipendenti dell’azienda (e gli stagisti) ricevettero un’e-mail dalle Risorse Umane in cui si vietavano le pause caffè di gruppo alle macchinette distributrici nei corridoi.

Lo stagista non deve essere entusiasta e deve parlare a bassa voce

A soli ventidue anni Sara era entusiasta di essere stata selezionata per uno stage in una prestigiosa azienda. Il lavoro le piaceva così tanto che spesso portava a termine le sue mansioni prima del previsto. Ma quando chiedeva se potesse essere utile in qualche modo, le veniva risposto che no, le altre faccende da sbrigare erano fuori dalla sua portata. Quindi Sara rimaneva per ore a fissare lo schermo, rispondendo solamente alle chiamate che la sua responsabile non aveva voglia di gestire. In alcuni casi le veniva chiesto di abbassare il tono di voce mentre parlava al telefono, nonostante la capa, colei che le faceva questa richiesta, passasse molto tempo in ufficio a canticchiare, impedendo alle persone attorno a lei di concentrarsi. Alla fine del periodo di stage (ovviamente non finalizzato all’inserimento, ma ripagato con un utilissimo gadget con il marchio dell’azienda) la responsabile ha detto a Sara che era stata davvero molto brava, ma che se avesse dovuto trovarle un difetto, quello sarebbe stato il suo eccessivo entusiasmo. Giovani che vi affacciate al mondo del lavoro, non siate entusiasti, non ce n’è proprio nessun motivo.

ilfattoquotidiano.it

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Lo stagista puzzerà sempre di stagista

Roberta ama il tirocinio che sta facendo e ha un ottimo rapporto con i suoi superiori, i quali ripongono molta fiducia in lei, tanto che qualche mese fa le hanno affidato la preparazione di un discorso in inglese da tenere durante un evento aziendale rivolto ai dirigenti stranieri. Per questo discorso Roberta aveva studiato alla perfezione il catalogo dei prodotti, aveva tradotto termini tecnici, aveva scelto accuratamente un abito elegante e si era messa i tacchi. Del resto, i suoi capi avevano insistito molto sul dress-code. Arrivata in azienda il giorno dell’evento, si reca subito nella sala dove avrebbe dovuto tenere il suo discorso, ma i superiori, palesemente imbarazzati, le dicono che “per ora non c’è bisogno di te, torna pure in ufficio.” E in ufficio Roberta passa il resto della giornata, da sola, per poi scoprire che sì, avrebbero avuto bisogno di lei, ma che le Risorse Umane avevano vietato la presenza di stagisti all’evento.

Che conclusioni si possono trarre da questa serie di esperienze? Con un po’ di rabbia e amarezza prendiamo atto che in Italia la gerarchia e gli interessi ai piani alti hanno molta più importanza di capacità, istruzione e buona volontà. Ma siamo anche sicuri che la “Generazione Stage”, forte di tutte le difficoltà che si trova a dover fronteggiare e degli ostacoli che deve superare, stia crescendo sempre più forte e disposta a tutto pur di farsi valere e di far riconoscere il proprio valore.

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