Nei corridoi del carcere di Vilnius

Scritto da
Margherita Ravelli

Dopo un viaggio sonnecchiante nella pianura innevata che si estende fra Lettonia e Lituania, la periferia della capitale lituana mi dà il benvenuto con i suoi palazzoni e le sue morbide colline. La città di Vilnius sorge infatti su dolci alture verdeggianti nella parte sud-occidentale dello stato baltico, a poco più di 30 km dal confine bielorusso.

Lungo la strada da Riga a Vilnius

È la prima volta che visito i paesi baltici e la sensazione è quella di essere in un luogo diverso da tutti gli altri. Complici forse il clima rigido di gennaio e le poche ore di luce della stagione, che sembrano rallentare i ritmi dei suoi abitanti, la città ha un che di surreale. Vilnius e i suoi vicoli acciottolati mi appaiono dormienti, anche se ogni tanto dalle finestre delle trattorie brillano delle luci che invitano ad entrare e riscaldarsi, gustando una specialità locale con una bollente tazza di caffè nero.

Quando ancora non fa buio mi avventuro per le vie della città: orientarsi a Vilnius non è difficile, dall’alto della suggestiva Collina delle Tre Croci o dalla Torre di Gedimino, l’unico residuo del castello di Vilnius costruito su un’altura raggiungibile dalla piazza principale, si gode di una bella vista sul piccolo e pittoresco centro cittadino. Gli stili architettonici preponderanti sono quello gotico e rinascimentale, ma soprattutto il barocco e il neoclassico, che conferiscono agli edifici un’aria elegante, a tratti fiabesca. Il bianco campanile della Cattedrale, che si erge sullo sfondo del cielo imbiancato dai fiocchi di neve, sembra parte di una scenografia magica, così come le facciate colorate della Repubblica di Uzupis, il vivace quartiere degli artisti che in pieno inverno sembra essere caduto in letargo assieme al resto della città.

Edificio nel centro di Vilnius

Torre di Gedimino, Vilnius

Veduta di Vilnius dalla collina di Gedimino

In una piccola città-gioiello come Vilnius è difficile pensare alle ombre del passato, poiché l’atmosfera accogliente rende quasi impossibile credere che le strade cittadine abbiano vissuto epoche difficili. Eppure, se si cerca bene, le testimonianze della difficile storia di questa terra si possono trovare proprio dietro l’angolo. È infatti sul lato di un palazzo affacciato sul principale Gedimino prospekt che si trova il Museo delle Vittime del Genocidio. Varcato il cancello di questo elegante palazzo si entra nella storia del Paese dalla fine dell’Ottocento, quando il palazzo fu costruito per ospitare la corte dei governanti della provincia di Vilnius, ai tempi parte dell’Impero Russo. Nel 1915, all’epoca della Grande Guerra, la Germania occupa il territorio lituano e il palazzo diviene il quartier generale dei tedeschi fino al 1918, quando in seguito alla sconfitta degli Imperi tedesco e russo, la Lituania torna ad essere indipendente. L’indipendenza tuttavia dura poco, poiché dal 1920 la Lituania diviene parte della Polonia, che stabilisce la Corte di Giustizia della provincia di Vilnius proprio nel palazzo.

La storia tragica dell’edificio comincia durante la Seconda Guerra Mondiale, quando divenne inizialmente una prigione sovietica, poi nel 1941 quartier generale e carcere nazista. Fino al 1944 infatti la Gestapo ne fece la sua sede, da cui coordinava la repressione e lo sterminio degli ebrei lituani. In seguito alla sconfitta tedesca, i sovietici occuparono i territori baltici e l’ex-prigione nazista divenne il palazzo del KGB e rimase carcere per prigionieri politici fino al 1991, anno della caduta dell’URSS.

Entrando nel palazzo si passa alla cassa, dove una scontrosa signora sulla sessantina mi rifila il materiale informativo in modo sbrigativo, senza nemmeno fingere un sorriso di circostanza. Al primo piano si incontrano gli antichi uffici dei dirigenti del Partito; si entra così nella storia delle istituzioni che si sono successe in quelle stanze dai soffitti alti. Le antiche macchine da scrivere, i telefoni, gli strumenti per intercettare le chiamate e le radio sono esposti in grandi teche insieme alle uniformi degli ufficiali, sia sovietici sia delle SS. L’impressione è quella di immergersi nella storia poco conosciuta di questo piccolo Paese e l’estrema dovizia con cui sono curati i reperti e le spiegazioni dimostra l’orgoglio e la voglia di riscatto di questa nazione. Finito il giro dell’esposizione un cartello traballante di ruggine indica delle scale che scendono al piano interrato: le percorro timorosa, non essendo sicura di poter visitare anche quella parte dell’edificio. L’odore di umidità mi colpisce immediatamente; subito dopo mi rendo conto di essere in un corridoio lunghissimo, con le pareti verde chiaro e luci traballanti. Sono nella vecchia prigione, pesanti porte di ferro si alternano arrugginite mentre cammino lungo il corridoio angusto. Alcune celle sono aperte, sulle pareti si vedono i segni e le scritte incise dai prigionieri; proseguendo, noto che le stanze diventano progressivamente più piccole, senza finestre, con lo spazio a malapena sufficiente a stare in piedi. Sono le celle della tortura, dove venivano rinchiusi i prigionieri più importanti in attesa che confessassero.

Corridoi dell’ex-carcere di Vilnius

Insieme a me ci sono altri visitatori che scattano fotografie a ripetizione, entrano nelle celle di isolamento e si fanno fotografare negli spazi angusti. Io a malapena riesco a sbirciare dall’uscio, sentendomi come in un luogo sacro, una specie di santuario della memoria, in cui fare qualsiasi cosa oltre a guardare in silenzio sembra una mancanza di rispetto. Risalgo in fretta le scale, ripasso di fronte alla custode scontrosa e forse adesso capisco un po’ di più il suo atteggiamento difensivo. Esco all’aria aperta, il cielo è grigio e io ho solo voglia di passeggiare nelle belle vie della città, cercando di pensare solo alla forza e alla voglia di riscatto di un popolo che ha sofferto molto e di cui spesso ci dimentichiamo.

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