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Noie mortali

La crudeltà nella quale si è consumata la tragedia di Luca Varani ha lasciato tutti nello sgomento: quello che più colpisce non è tanto l’efferata violenza degli eventi romani, quanto la mancanza di un movente ammessa da Marco Prato e Manuel Foffo, assassini di Luca per gioco: “per vedere che effetto faceva”.

Se l’evidente stato di alterazione provocato da alcool, droghe e psicofarmaci non basta a spiegare, il cupo senso di angoscia è amplificato dall’eco di una parola, un sentimento emerso in relazione al delitto: la noia. Ancora una volta l’essere umano ci stupisce in negativo. Un sentimento di insoddisfazione, fastidio e tristezza derivante dalla mancanza di sentirsi occupati, sfocia in un premeditato desiderio di far male a qualcuno, non importa chi. Come è possibile?

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La noia è stata oggetto di riflessione di illustri personaggi storici: dai latini ad Albert Camus, passando per Heidegger e Schopenhauer; correnti, filosofi, artisti e poeti hanno inevitabilmente dovuto farci i conti; «Amaro e noia la vita, altro mai nulla», scriveva Leopardi in A se stesso. E se c’è chi è riuscito a nobilitarla associandola alla malinconia o al pieno riposo, la maggior parte non ha potuto non collegarla ad un acuto sentimento doloroso, un’inquietudine dello spirito che non trova pace in nessun luogo, rintracciandone le cause nella vacuità dell’esistenza umana.

Ma mentre, forse, in passato, l’infinita vanità del tutto aveva forse la conseguenza di un eccessivo ripiegamento meditativo su se stessi, oggi l’estremizzazione di ogni esperienza, la trasgressione e il proliferare di modelli vuoti hanno prodotto meccanismi perversi e fame di desideri lontani da una percezione normale della realtà.

Tutti abbiamo sperimentato quant’è spiacevole sentirsi annoiati, non provare interesse per quello che si sta facendo, vuoi per routine, vuoi per avversione rispetto alle nostre inclinazioni – non a caso il sostantivo noia è associato spesso a parole come mortale, profonda, ingannare, combattere, tutti indizi di qualcosa da scacciare e rifuggire ad ogni costo.

Accantonando la noia che scaturisce da uno stato depressivo, è interessante osservare come il sentirsi annoiati possa essere la spia che ci avverte della necessità di cambiare una situazione interiore scomoda. La natura umana ci spinge a crescere ed emergere, ma va da sé che quando le cose intorno a noi non ci soddisfano e non troviamo il bandolo della matassa càpiti di perdere la capacità di lasciarsi emozionare e coinvolgere dal quotidiano.

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L’incapacità di porsi degli scopi produce una condizione nella quale la nostra mente precipita in un senso di vuoto e d’impotenza. La tecnologia ci ha poi abituato ad impiegare il tempo libero in maniera passiva, davanti a pc, televisione e cellulare, smarrendo in parte quella sana propensione all’azione. Si arriva così alla disperata ricerca di stimoli più forti per liberarsi dalla monotonia e conferire una carica d’eccezionalità al nostro vissuto.

I rapporti sociali fanno il resto: assecondando le aspettative altrui e situazioni contrarie alla nostra morale si rimane impantanati in scelte non in armonia con i nostri bisogni reali.

Con Marco Prato e Manuel Foffo siamo probabilmente di fronte a due personalità fragili e ancora alla ricerca della loro vera identità. Trentenni rimasti intrappolati in un labirinto emotivo, affettivo e sociale che li ha resi incapaci di distinguere fra i propri desideri e quelli degli altri. Un percorso di crescita mai completato che li ha condotti a non avere limiti e a non porseli.

L’epoca in cui viviamo ci offre opportunità che fino a qualche tempo fa sembravano inimmaginabili: situazioni che saturano le nostre giornate, continui pretesti e occasioni che permetterebbero cambiamenti radicali, idee che sfidano le fantasie più allenate; nonostante questo ci scopriamo demotivati, privi di interessi e quindi annoiati.

Le tante fonti di distrazione, anziché arricchirci, sembrano disperdere le nostre energie fomentando indolenza ed apatia, portandoci alla ricerca di qualcosa che dia sollievo, che renda il tempo più sopportabile. Ma una volta sperimentata l’esperienza limite anche questa prima o poi perde il carattere di novità.

Sogniamo un cambiamento radicale, vogliamo capire chi si è veramente, ma a rendere noioso ciò che ci circonda è la lente deformante sul nostro naso.

Senza droga probabilmente l’omicidio non sarebbe avvenuto, ma ad essere alterata, lo scorso 4 marzo, non era la percezione di Marco e Manuel in balia di coca e crystal meth, ma lo sguardo distorto attraverso cui guardavano alle loro vite.

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Daniele Donati

Classe 1989, introverso e osservatore. Mi piace rischiare la sorte, non programmare le emozioni. Gli appunti su fogli volanti lasciati chissà dove mi complicano, più che aiutare. Appassionato di pittura e ritrattistica, dopo il Liceo Artistico mi laureo in Scienze dei Beni Culturali. L’arte e la materia, ciò che più mi affascina. Conquistato dalle ambizioni dell’equipaggio di Pequod, proverò a dare il mio contributo per fornire ai lettori quel timone che Pequod vuole essere tra i cavalloni dell’informazione.

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