Nuovi e vecchi tossici: intervista a Noemi

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pequodrivista

Questo è un articolo sulle nuove dipendenze scritto da un’ex dipendente.

Sono in un bar sui Navigli, sul tavolino ci sono due bicchieri e due cupcake colorati, di quelli che vanno tanto di moda adesso. Di fronte a me siede Noemi (il nome, ovviamente, è inventato, ndr), una bella ragazza, dal fisico pieno. Abbiamo amicizie, un recente passato e la scimmia in comune, io e lei: siamo due “ex dipendenti”.

A me piaceva tanto l’eroina, sapete, a Noemi il computer e siamo qui, la tossica “vintage” e quella “moderna”, due abissi che si specchiano con qualche anno di differenza, davanti a due dolcetti dai colori improbabili.

Abbiamo entrambe cominciato durante l’adolescenza, quel periodo infernale dove non ci si sente a proprio agio da nessuna parte. I genitori strillano, i compagni di scuola prendono in giro, c’è il tuo corpo che impazzisce e ti imprigiona e un disagio estremo, un bisogno di fuga impellente e assordante.

Il mio percorso con l’eroina è stato graduale e scellerato e, nel pieno del mio dramma, ho sperimentato tutte le fasi del ciclo della tossicodipendenza. La scoperta della sostanza, il piacere assoluto dei primi “flash” euforici, le “rote”, l’onnipresente senso di urgenza, l’angoscia della disintossicazione.

Ho cominciato perché, insieme alla carta d’alluminio, tendenzialmente si guadagna quel notevole senso d’appartenenza che sottintende la condivisione del vizio. Nessuno comincia a farsi da solo, in privato. I tossicodipendenti, almeno nei primi tempi, formano un gruppo. Soltanto dopo parecchio tempo ti rendi conto che quel fascinoso gruppo di “illuminati”altro non è che un branco di drammatiche solitudini.

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Noemi, invece, ha cominciato con i MUD, i “multi user dungeon”, ovvero quei videogiochi di ruolo online, giocati contemporaneamente da più utenti. Anche la sua dipendenza, come la mia, nasce in un contesto sociale, condiviso. Noemi si è costruita un avatar e, ben protetta dalla sua corazza virtuale, si è affacciata su un mondo ben più controllabile di quello reale e tanto, tanto divertente.

La prima pera me l’ha fatta un ragazzo che mi piaceva tanto e io gli ho vomitato sulle scarpe e poi sono caduta, a lungo, in un benefico limbo irreale, in un nirvana privo di sogni. “Farsi” svuota il cervello, aiuta a non pensare e sì, lo sappiamo che sono concetti banali, ma quel “cadere”, quel precipitare nel nulla ovattato quello no, se non avete mai avuto un ago nel braccio non potrete mai capire perché l’eroina è davvero così buona.

E’ stato il padre di Noemi a regalarle un pc, con una connessione in fibra velocissima. No, mi dice, lei non ha mai fatto uso di sostanze ma forse la “caduta” l’ha provata anche lei. Si chiama “trance dissociativa da videoterminale“: praticamente la tua coscienza dorme, ma il cervello è in stato di veglia.

Sia io che Noemi sappiamo perfettamente distinguere il bene dal male, ma ci siamo cascate ugualmente. Io mi sono accorta di essere “arrivata”, come si dice in gergo, quando una mattina mi sono resa conto che non sarei riuscita a superare una mattinata a scuola senza una dose. Mi colava il naso, avevo caldo e un nodo in gola e quelle cinque ore mi sembravano una montagna da scalare.

Anche Noemi, dopo l’ennesima notte passata di fronte ad uno schermo, vide la mattinata scolastica così come Davide scrutò Golia. Non sarebbe riuscita a tollerare un’assenza dalla rete, angosciata da quello che sarebbe potuto succedere senza di lei. Cominciò ad avere fretta, proprio come me, a contare i minuti, assottigliando sempre di più l’intervallo di tempo tra lei e lo schermo. Una notte, racconta, ha urinato nel bidone della carta sotto la sua scrivania, così, “per non perdere tempo”.

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La disintossicazione inizia nel momento in cui ti fanno presente che, hey, c’è un problema. Non c’è nulla di più suicida di un tossico che rimane da solo. Può essere la legge, oppure la famiglia, oppure entrambe, come nel mio caso, ma ad un certo punto può arrivare lo “STOP!” quello vero, quello che ti salva.

Mi hanno salvata in un tardo pomeriggio d’estate. Fortunatamente ero molto giovane e “acerba”, quindi il mio corpo tollerò bene l’astinenza, che si tradusse in una settimana abbondante di forte influenza. Ciò che non avevo assolutamente messo in conto, furono i successivi sei mesi di violente gastriti… come se, senza eroina, il mio corpo non sopportasse più nessun altro nutrimento.

Noemi invece fu salvata d’inverno, in un tetro pomeriggio di febbraio. Aggredì fisicamente la madre, rea di averle staccato il modem e sì, a quel punto la famiglia intervenne. «Vivevo nascosta in un altro mondo – racconta Noemi – e passavo anche quindici, diciotto ore attaccata ad un computer, solitamente di notte, in modo che nessuno potesse vedermi. Dormivo soltanto qualche ora nel pomeriggio, male. Online ero fantastica, carismatica, bellissima. Nella vita reale raccontavo bugie e tentavo di manipolare i miei genitori, per allontanarli».

Ho impiegato un anno abbondante, per riprendermi. Ho cambiato giro, città e conoscenze, ho lavato i panni con la candeggina e capito quanto sia terribilmente più difficile costruire, piuttosto che demolire. Mi sono reinventata in un posto nuovo, più grande, più dispersivo. Le cosiddette “piazze di spaccio” sono ben nascoste, non è semplice rientrare nel giro di proposito.

Secondo l’ultima indagine Technomic Index di Samsung, a ogni nucleo famigliare corrispondono circa SEDICI dispositivi elettronici, tra computer, tablet e smartphone e, mentre le cliniche per la disintossicazione da sostanze sono capillari e ben distribuite, quelle per le “nuove dipendenze” sono ancora rare. Esiste un reparto specifico al Policlinico Gemelli di Roma e un ambulatorio alle Molinette di Torino.

Noemi mi guarda e sorride: «Il problema è che, per la società attuale, tu sei malata, io no. È come se mi mancasse lo status, come se mi venisse negato un diritto. Eppure, abbiamo sofferto di sintomi simili, affrontato un percorso complesso».

I malati di IAD, Internet Addiction Disorder, sono dei paria. Nessuno negherebbe la gravità di una crisi d’astinenza da eroina, eppure, i disturbi di Noemi sono ridicolizzati, irrisi e scherniti. Nessuno gestirebbe una disintossicazione da sostanze senza la consulenza di un medico, ma il problema di Noemi può essere minimizzato con poche parole: “basta che lo spegni”. Interagendo soltanto online, non possiamo percepire il linguaggio del corpo oppure le altre emozioni non espresse verbalmente. Da un lato la comunicazione viene facilitata, basti pensare alle banali, innumerevoli “figuracce” che si collezionano durante qualsiasi colloquio vis à vis, dall’altro però lo sviluppo di un’empatia vera e propria viene completamente bloccato.

Il nostro colloquio è finito, la mezza sera milanese comincia ad allungarsi sui tetti. Saluto Noemi con una stretta di mano e due baci, le auguro in bocca al lupo, le dico che andrà tutto bene.

Soltanto quando arrivo alla metro mi rendo conto che non mi ha mai guardata negli occhi, per tutto il colloquio.

Forse, aveva bisogno di uno schermo che non la facesse arrossire.

 

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