Orizzonte insegnanti

Scritto da
Daniele Donati

Tempo fa, un sondaggio inglese esprimeva preoccupazione circa la figura dell’insegnante: oltre la metà degli intervistati meditava di lasciare l’impiego entro i due anni seguenti. Preoccupazione poi sfociata nel Workload Challenge (link), una disamina sulle principali cause dell’inutile carico di lavoro nelle scuole e le possibili soluzioni da adottare.

Tra le cause di quello che sembra un malessere generale, che interessa tanto i maestri elementari quanto i docenti universitari, si possono citare l’eccessivo carico di lavoro, il desiderio di migliorare il rapporto tra impegno scolastico e vita privata e una retribuzione che non ha  saputo tenere il passo con la crisi. E’ facile immaginare che le cose non siano molto differenti per l’ambiente di casa nostra.

La considerazione per la professione dell’insegnante è precipitata negli ultimi anni e con lei la mancanza di riconoscimenti del lavoro speso nelle aule. Considerata la durata della permanenza in essa, delle persone che ne fanno parte e la peculiarità delle relazioni che vi si instaurano, la scuola è un luogo di forti emozioni, sentimenti e affetti. Al cuore di tutto il processo si trova l’insegnante, o meglio. la relazione che egli instaura con l’allievo e la classe. Non a caso la professione docente è tra le più alte a rischio burnout, termine con il quale si designa una risposta cronicizzata a fronte di un processo stressogeno, che si presenta quando ci sono condizioni di lavoro caratterizzate da alti livelli di contatti interpersonali.

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Quello che sembra di vedere sono professori demotivati e sfiduciati. Una generale svalutazione sociale del proprio lavoro causato anche dalla poca autonomia decisionale, il confronto con un’utenza di famiglie e studenti sempre più intransigenti, stipendi bloccati dal 2010 e conseguente carenza di gratificazioni.

Servono acrobazie psicopedagogiche per rapportarsi con le generazioni dell’oggi? O bisogna cambiare l’architettura organizzativa del sistema scolastico?

Nel nostro Paese uno dei problemi più avvertiti è la mancanza di un ricambio generazionale. Dopo il rialzo dei limiti di anzianità pensionistica, confermiamo di essere la nazione con la classe docente più vecchia al mondo. La crisi combinata tra reclutamento di nuovi da un lato e propensione alla fuga dall’altro è un dato su cui riflettere. Pochissimi i giovani insegnanti. Nelle università, la difficoltà di superare concorsi complessi che attendono curricula avanzati e le scarsissime risorse economiche messe a disposizione degli atenei rendono quasi impossibile l’accesso a una cattedra, tanto che molti giovani preferiscono la carriera nella scuola privata.

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In un ricordo della sua esperienza ginnasiale Freud scriveva:

“[…]E’ difficile stabilire che cosa ci importasse di più, se avessimo più interesse per le scienze che ci venivano insegnate o per la persona dei nostri insegnanti. In ogni caso questi ultimi erano oggetto per tutti noi di interesse sotterraneo continuo, e per molti la via delle scienze passava necessariamente per le persone dei professori. Li corteggiavamo o voltavamo loro le spalle, immaginavamo che provassero simpatie e antipatie probabilmente inesistenti, studiavamo i loro caratteri e formavamo o deformavamo i nostri sul loro modello. […] In fondo li amavamo molto, se appena ce ne davano un motivo, non so se tutti i nostri insegnanti se ne sono accorti. Ma non si può negare che nei loro confronti avevamo un atteggiamento particolare , un atteggiamento che poteva avere i suoi inconvenienti per i soggetti interessati. Eravamo, in linea di principio, parimenti inclini ad amarli, a odiarli, a criticarli e a venerarli.”

Che la classe docente abbia bisogno solo di riacquistare quell’aura di rispetto di un tempo?

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