Paesaggi e storie della provincia italiana

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pequodrivista

C’è una leggenda nel paese cui sono legate le radici materne di Sara, a spiegazione di una buffa donazione che dal 1500 a oggi fa mostra di sé, non senza polemiche e dispute teologiche, nel Santuario della Madonna delle Lacrime, all’ingresso di Ponte Nossa, nascosto tra le montagne bergamasche: la leggenda del coccodrillo. «Il coccodrillo appeso in Chiesa- racconta da anni la nonna di Sara ridendo -viene dall’Adriatico e ha risalito il Po prima, il fiume Serio poi, arrivando fino a qui. Ma mangiava solo giovani vergini e a Ponte Nossa è morto di fame».
Straordinario è che trovi il racconto divertente, anziché offensivo; Antonella, sua figlia, spiega così le origini di un pensiero tanto emancipato: «Il paese è formato soprattutto da forestieri, persone nate in paesi più o meno limitrofi e arrivate qui per lavorare nelle industrie fiorite ai margini del fiume. Quando ero bambina, Ponte Nossa era limitato alla via del centro e poche altre case sparse, circondate da distese di campi e boschi; negli anni ’60 sono apparsi i primi condomini e il paese ha iniziato a trasformarsi in un villaggio operaio, anche se un po’ atipico per via della dislocazione montana».
La fissità che gli occhi di Sara hanno sempre attribuito al paesaggio di Ponte Nossa è molto meno datata di quanto avesse supposto: «Dagli anni ’50 il paese è cambiato molto. –continua Antonella- Pensa alla strada provinciale, su cui le case un po’ vecchie si affacciano a strapiombo: da ragazza vedevo passare soprattutto carretti, le macchine erano poche e lente; oggi le sue due corsie non bastano più e quotidianamente è intasata dal traffico».

Ponte Nossa (BG), area industriale [ph. Ago76 /CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons]

A preservare Ponte Nossa è il suo isolamento, la distanza da grandi centri urbani e la collocazione geografica che ostacola una cementificazione eccessiva; negli stessi anni in cui esso assumeva le sembianze di un ameno centro abitativo montano, altri paesi di provincia perdevano il proprio aspetto caratteristico, inglobate da un’urbanizzazione incipiente. «La zona dove abitavo a Mestre, nei pressi di via Garibaldi, è ora parte del centro, ma all’epoca, negli anni ‘60, era quasi in periferia, proprio al limitare della città. –racconta ad esempio Raffaella Rossin- La mia realtà era un misto di città e campagna. Abitavo in un condominio, ma appena dietro casa mia iniziavano i campi, dove andavamo sempre a giocare.
Diversi ragazzini del centro venivano apposta nella nostra zona il pomeriggio o la domenica, attirati dai grandi spazi che permettevano più libertà di movimento e di svago; la maggior parte dei nostri giochi si svolgeva all’aperto e in gruppo: mosca cieca, pescatore (una sorta di “lupo”, ndr), campanon, calcio. Spesso ci facevamo dare delle cassette vuote dal fruttivendolo del quartiere e le usavamo di volta in volta come fortino, casa, negozio, a seconda del gioco che si faceva.
Da questi campi in cui da bimba scorrazzavo, oggi passa la tangenziale interna».
Della stessa drastica trasformazione, Raffaella racconta quando parla della campagna ferrarese, dove da bambina trascorreva le vacanze, ospitata dai nonni: «I miei nonni materni vivevano in un’enorme casa nei pressi di Ro Ferrarese, piuttosto isolata e vicina a un pioppeto, concessa loro in usufrutto per il lavoro di mio nonno, che faceva il taglialegna. La casa era poco funzionale, non aveva elettricità, né acqua corrente, con il bagno in cortile e la stufa a legna per riscaldarla, ma per noi bambini era stupenda, piena di stanze misteriose e con tutto lo spazio per giocare e correre. C’erano inoltre pulcini e conigli da rincorrere e cui dare da mangiare, nonché i giochi in legno costruiti da mio nonno, semplici, ma che a noi bastavano. Gli animali non mancavano anche nella casa dei miei nonni paterni, che abitavano in un borgo di campagna ed erano agricoltori. Qui davamo da mangiare a galline e maiali e spesso aiutavamo i nonni nei campi, raccogliendo la frutta, il frumento e dando una mano nella stagione della vendemmia.
Tutti questi luoghi oggi non esistono più: l’enorme casa patriarcale dei miei nonni e il pioppeto sono stati rasi al suolo e rimpiazzati da abitazioni moderne; il borgo agricolo è abbandonato e in rovina.
Quando ritorno nei luoghi della mia infanzia, mi si stringe il cuore e non li riconosco più: restano solo i miei ricordi, che mi tengo ben stretti».

Tangenziale di Mestre (Autostrada A57) [ph. Luca Fascia via Wikimedia Commons]

Una campagna che si preserva uguale a se stessa è, invece, quella che descrive Pacifico parlando della casa dei nonni, in provincia di Benevento: «Il casolare è ancora lo stesso in cui è cresciuto mio nonno e io giocavo da bambino, circondato da distese di campi; il terreno andrebbe tenuto meglio, coltivato e organizzato, così come andrebbe ristrutturata la casa, ma per farlo servono soldi che noi eredi non abbiamo. Un amico ha investito un piccolo capitale che aveva da parte in attività di questo tipo: acquista i casolari sparsi nella campagna beneventina e li rimette in funzione, sia recuperando le attività tradizionali sia integrando con il turismo».
Ben preservato è anche il paese di Faicchio, dove Pacifico ha trascorso la sua infanzia, che dal monte Acero si affaccia su queste campagne, preservando memoria delle origini sannitiche nella cinta muraria che ne cinge la vetta: «Nel corso del Novecento, il numero di abitanti e case è ovviamente aumentato anche qui, ma fino alla fine del secolo ha mantenuto pressoché lo stesso aspetto, caratterizzato da monumenti delle diverse epoche storiche: dall’acquedotto romano in cui da bambino mi infilavo per attraversare il centro del paese, al Castello Ducale, con le sue cappelle affrescate e gli arredi settecenteschi».
Le nuove normative edilizie hanno però comportato rimaneggiamenti per la messa in sicurezza di alcune aree, portando a restauri talvolta molto discussi; Pacifico riporta l’esempio del Ponte Fabio Massimo: «Era un ponte bellissimo, basato su una struttura fatta dai sanniti: qui i sanniti hanno respinto l’attacco dei romani, Fabio Massimo ha frenato l’avanzata di Annibale e la stessa strategia è stata adottata in uno scontro tra un contingente tedesco e una divisione statunitense durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 2008 un architetto l’ha restaurato e adesso è orribile: ha una copertura moderna che nasconde tutto il fascino della struttura in pietra, che mostrava i restauri stratificati delle diverse fasi della repubblica romana».

Ponte Fabio Massimo, Faicchio (BN) [ph.Adam91 /CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons]

Di un’attenzione particolare alla conservazione dello stile del proprio paese racconta Gabriele, nato a Polizzi Generosa, Comune alle porte di Palermo: «La Soprintendenza alle Belle Arti impone una certa attenzione a qualsiasi rimaneggiamento del ricchissimo patrimonio artistico e culturale del paese, per il quale però spesso mancano risorse. Negli ultimi anni si nota una concentrazione degli sforzi su alcuni punti di maggior interesse: piuttosto che far poco per tanto, si è scelto di fare tanto per pochi. L’esempio più lampante sono i lavori di restauro della Chiesa Madre, che hanno permesso di completare la pavimentazione (assente da che ho memoria), rinnovare la sacrestia e creare un piccolo museo, e quelli del Palazzo Comunale, che hanno riportato alla luce i resti di una necropoli greca, oltre che fatto emergere il vecchio cortile. Dal punto di vista dell’attività edilizia, il paese sembra invece essersi fermato con l’avvento del nuovo millennio: non ci sono più cantieri e anche l’economia sembra aver subito un brusco rallentamento».
Il paese di Polizzi, figlio di ventisette secoli di storia, fondato dai sicani e influenzato poi dalle dominazioni greca, araba e normanna, ha fatto della preservazione del proprio patrimonio un baluardo, forse memore di un episodio storico che Gabriele dice tramandato nella memoria popolare fino ad oggi: «Fino al Settecento, il fonte battesimale della Chiesa Madre era retto da una statua della dea Iside ritrovata in uno scavo; nel 1771 il vescovo di Cefalù, ritenendola blasfema, ne ordinò la distruzione, nonostante le proteste degli abitanti, che fino a oggi ne conservano ricordo nell’etimologia di Polizzi: la Polis Isis, la Citta di Iside».

Polizzi Generosa (PA) [ph. Neekoh.fi /CC 2.0 via Wikimedia Commons]

Articolo scritto da Sara Ferrari e Lucia Ghezzi
Si ringraziano per la disponibilità Antonella Ferrari, Raffaella Rossin, Pacifico Ciaburri, Gabriele Brancato.

[In copertina: Faicchio, vista panoramica da monte Erbano
(ph. Adam91/CC BY-SA3.0 via Wikimedia Commons)]
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