Parigi sotto attacco: loro, noi e i social

Scritto da
Clara Amodeo

Ce la descrivono come una Parigi fredda, immobile, esanime. Esattamente come quei corpi (il numero è ancora incerto, ma le fonti sanitarie parlano di 127 morti) fotografati e apparsi sui canali di informazione di tutto il mondo, avvolti nelle coperte termiche o, in loro assenza, nelle lenzuola che i condomini lanciavano dalle finestre. Immagini, suoni, parole che riecheggiano nella piazza digitale di Internet e che giungono fino agli altri. Gli altri, nel cuore della notte, gli altri, distanti ma vicini, gli altri, che non possono essere là fisicamente ma che si stringono attorno a questa città ferita due volte e ai suoi cittadini stremati. Esattamente come stiamo facendo noi adesso. Rifletto su come sarebbe andata se non ci fossero stati i social, le dirette web, i giornali on line, se loro non ci avessero informati, secondo per secondo, di quello che stava accadendo ai parenti, agli amici o semplicemente a persone qualunque alle quali, tuttavia, ci sentiamo filantropicamente vicini. Forse sarebbe andata peggio, forse sarebbe andata meglio.

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Peggio, perché molti parigini non avrebbero potuto comunicare con le loro famiglie che, da casa, ascoltavano inermi le notizie dei sette attacchi terroristici. Dopo il primo assalto a un bar ristorante tra il X e l’XI arrondissement, avviene l’eccidio più grave, quello alla sala del Bataclan, dove era in corso il concerto degli Eagles of Death Metal. 100 morti, moltissimi i feriti anche gravi, mentre i sopravvissuti riescono lanciare l’SOS attraverso Facebook. È quello che è successo a Benjamin Cazenoves che dall’interno della sala per concerti posta sul suo profilo: “Sono dentro al Bataclan. Primo piano. Feriti gravi!”. E aggiunge “Fate in fretta!!!!”. Benjamin si salva e sempre su Facebook ringrazia: “Un pensiero per tutti coloro che non hanno avuto “fortuna” stasera . Un grande ringraziamento per il RAID [Recherche Assistance Intervention Dissuasion, ndr] e la BRI [Brigade de recherche et d’intervention, ndr]. Infine, grazie per tutti i messaggi. Un abbraccio”. Una ragazza italiana ai microfoni di SkyTg24 racconta: “Stavo per uscire. Volevo fare la solita passeggiata con il mio cane, qui nel X arrondisement, quando ho scorso il mio wall di Facebook. Sono rimasta impietrita e mi sono chiusa in casa”. E infine dall’altro lato della città, dove si gioca l’amichevole Francia – Germania, dei kamikaze si fanno esplodere fuori dallo Stade De France. All’interno il clima è surreale: migliaia di spettatori si riversano (per fortuna) in campo e non mancano le immagini di chi imbraccia il telefono per chiamare a casa o di chi picchietta sullo schermo del suo smartphone per postare foto e stati. Magari su Facebook, dove un’applicazione permette all’utente di fare sapere a tutti gli amici che è a Parigi ma che sta bene ed è al sicuro. Proprio come ha fatto il nostro Andrea Turchi, a Parigi per l’Erasmus ma vivo.

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Meglio, perché anche i sostenitori del terrore hanno usato i social, ma l’hanno fatto impunemente con l’unico scopo di fare la loro squallida propaganda, di diffondere basse sentenze di odio misto a fanatismo. “La Francia manda i suoi aerei in Siria, bombarda uccidendo i bambini, oggi beve dalla stessa coppa”, è quanto afferma il canale Dabiq France (la rivista francese dello Stato islamico) assumendo la paternità degli attentati. Non solo. Su Twitter si diffondono gli hashtag #Parisonfire e اريس_تشتعل# che inneggiano alla rivendicazione islamista sull’Occidente, accompagnati dal sinistro proclama “ora tocca a Roma, Londra e Washington”. Fino a toccare il fondo con “Ricordate, ricordate il 14 novembre di #Parigi. Non dimenticheranno mai questo giorno, così come gli americani l’11 settembre”. Lo scrive Rita Katz sul Site citando canali dell’Isis.

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Peggio, perché non ci sarebbe stato il modo di dimostrare la tanta solidarietà della popolazione. È notte quando qualcuno crea l’hashtag #PortesOuvertes per dare ospitalità a chi scappa e cerca un luogo sicuro in cui fermarsi: tempo un’ora e l’hashtag diventa trend topic, allargandosi in tutta la città. Così, come nel più improvvisato degli Airbnb, si offrono spontaneamente letti, divani o semplicemente si chiede alle persone affacciate alle finestre di aprire la porta del condominio.

 

Meglio, perché nell’evoluto Occidente ci sono figure, di ahimè grande visibilità mediatica, che non hanno ancora capito che di fronte alla morte le parole di rispetto sono l’unico gesto concesso. Tuttavia si ostinano a fare la loro bieca propaganda anche sulla pelle ancora calda di quei corpi macchiati di sangue, usando i social media come cassa di risonanza per le loro folli idiozie. Mi riferisco ad alcuni politici nostrani e a qualche editore loro amico (o servo): mentre la destrorsa Marie Le Pen ha avuto il buon gusto di tacere di fronte agli attacchi e, anzi, di fermare la campagna elettorale, i vari Matteo Salvini, Maurizio Gasparri, Vittorio Feltri e Gianni Alemanno non hanno perso occasione per strumentalizzare la tragedia e urlare, a suon di 140 caratteri, insulti e parolacce. “Sciacalli” li hanno definiti, e credo che sia il modo migliore per metterli a tacere. Quello che, invece, deve restare è il compianto per le persone morte, l’affetto per chi si trova in quella città e la determinazione a fare in modo che questi fatti non si ripetano mai, mai più.

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