Parisien Graffiti

Scritto da
Andrea Turchi

Parigi. Dimenticate i boulevard, la tour Eiffel, la chiesa di Notre-Dame, la baguette sotto braccio, il cancan e le altre mille cose, più o meno vere, più o meno note di questa città. Il viaggio di oggi non è di quelli che si fanno con la nonchalance propria della città degli innamorati. La strada di cui vi parliamo oggi non ha il profumo del pane fresco che esce dalle boulangerie e alle vostre orecchie non giungerà la boriosa erre moscia, che tanto fa penare nella pronuncia chi non è avvezzo alla lingua franca, ma una serie ripetuta di vocali aspirate e di fricative tipicamente arabe.

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Rue Dénoyez è una piccola via situata nel cuore del 20 arrondissement. La zona è quella di Belleville e può capitare che non sia la più sponsorizzata da guide turistiche o siti di viaggi. Alle 17 del pomeriggio il boulevard principale è già frequentato da prostitute asiatiche e spesso si ha la sensazione di sentirsi gli unici occidentali in giro, in un quartiere popolato soprattutto da nordafricani e cinesi. Le macellerie arabe, i ristoranti di cucina cinese, antillana, tunisina avvolgono la zona in un marasma di odori e colori che stordisce disorienta, inquieta. Si ha come la percezione che gran parte delle etnie del mondo siano state condensate a forza qui, in un mix di contrasti e armonie che non resta sterile. Rue Dénoyez ne è l’esempio.

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Il progressivo discendere dalle zone alte della città verso il variopinto quartiere sembra quasi una discesa dantesca. Le falle, i disagi e le problematiche di una zona che ha fatto da scenario a molti romanzi di Daniel Pennac si mostrano in tutta la loro crudezza. Il contrasto tra la prosperità della città alta e le ristrettezze del ghetto non si cela dietro gli angoli.

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Tra le tante vie abbandonate a se stesse, orfane di vita prima ancora che di cura e manutenzione, la piccola Rue Dénoyez è un’eccezione eclatante. A partire dal 2000 le pareti degli edifici qui situati sono diventate le tele di writers e artisti di strada. Spesso le bombolette sono legate con una corda o un pezzo di spago alle pareti per permettere a chiunque di lasciare una traccia. Non è l’odore di bomboletta che fa rimanere a bocca aperta, ma il tripudio di colori e forme che ci circondano immersi nella strada. Come è stato per i romanzi di Pennac, ancora una volta la scrittura, il segno, l’arte nella sua ibrida natura multiforme ha iniettato linfa vitale in una delle arterie anonime e degradate della realtà urbana. Le attività commerciali e i centri di aggregazione si sono moltiplicati. Le persone hanno sostituito il timore e il disinteresse alla curiosità e alla gioia della scoperta. La via è diventata il manifesto, l’emblema che la miscellanea e la diversità di idee se incanalate tra gli argini giusti, magari quelli di una strada, funge da coagulante di un tessuto sfibrato che si chiama città.

Tutt’oggi capita di camminare per questa via e incrociare una coppia anziana che scatta foto ai graffiti, o piuttosto l’ennesimo clochard che dorme davanti ad un portone. Nel fulcro del terreno fertile che è la multiculturalità, l’arte non ha sconfitto la povertà, ma sicuramente ha riportato la vita.

 

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