Quando gli studenti incontrano i detenuti. L’esperienza dell’Università di Bergamo

Scritto da
Lucia Ghezzi

In base all’Articolo 27 della Costituzione Italiana riguardo la responsabilità penale, “Le pene (…) devono tendere alla rieducazione del condannato”; nella pratica, però, l’obiettivo dichiarato del carcere spesso non corrisponde a quanto effettivamente si verifica. La pena detentiva, se non accompagnata da un percorso educativo e di reinserimento nella società, risulta spesso sterile e fine a sé stessa.

E’ proprio in quest’ottica che a partire dal 2000 l’Università di Bergamo ha attivato numerosi progetti in collaborazione con strutture penitenziarie lombarde, sia nell’ambito della formazione del personale, sia di intervento diretto sui detenuti. Nel secondo caso, tutti gli incontri sono gestiti dagli studenti magistrali del corso di “Pedagogia della marginalità e dei diritti umani” tenuto dal Prof. Ivo Lizzola, docente Ordinario del Dipartimento di Scienze umane e sociali dell’Università di Bergamo, che ci ha spiegato nei dettagli in cosa consistono: «I progetti sono ad oggi attivi in quattro strutture penitenziarie lombarde: la Casa Circondariale di Bergamo e la Casa di Reclusione di Verziano (BS), presso le quali abbiamo a che fare principalmente con detenuti adulti, l’Istituto Penale Minorile “Cesare Beccaria” di Milano e la Casa Circondariale di San Vittore, dove seguiamo per lo più minori o giovani adulti dai 18 ai 24 anni». In ognuna di queste realtà, ci spiega il Prof. Lizzola, team di 12-15 studenti gestiscono un ciclo di 6-7 incontri con gruppi di una quindicina di detenuti, selezionati da psicologi ed educatori tra coloro che hanno fatto domanda di partecipazione. Gli incontri virano su diversi temi, decisi a seconda dell’età e delle necessità del gruppo: «Con gli adulti si tratta spesso di temi quali genitorialità e filialità, mentre con i giovani ci si focalizza maggiormente sulle modalità di gestione del conflitto e della violenza».

Non bisogna però pensare che gli incontri siano una sorta di “lezioni frontali”, tutt’altro: «La dinamica è quella del “gruppo di discussione”, in cui, partendo dai temi proposti, studenti e detenuti si confrontano in maniera libera e diretta sui propri vissuti e sulle diverse rappresentazioni della società». Questo scambio, sottolinea il Prof. Lizzola, è particolarmente significativo nel lavoro con i gruppi di giovani adulti di San Vittore, perché studenti e detenuti hanno più o meno la stessa età. «E’ capitato durante alcuni incontri che, nel raccontare la propria adolescenza, le esperienze di alcune studentesse si siano rivelate altrettanto traumatiche di quelle dei detenuti. Capire che dei coetanei hanno avuto un’adolescenza difficile quanto la loro, ma alla fine sono riusciti a superarla e a costruirsi un futuro diverso, ha un impatto fortissimo sui ragazzi detenuti. Li spinge ad uscire da una logica vittimistica che spesso impedisce loro di accettare la responsabilità del crimine compiuto e di andare oltre». Gli studenti, però, non si pongono su un piedistallo di innocenza e superiorità rispetto ai detenuti, anzi, sottolineano come, a seguito delle violenze o dei traumi subiti, abbiano inizialmente reagito con altrettanta rabbia e violenza, ma, a differenza dei detenuti, hanno avuto la fortuna di non essere stati beccati o si sono fermati prima di esserlo. E’ questo, secondo il Prof. Lizzola, il punto focale: «Gli studenti raccontano le proprie esperienze non da innocenti, bensì da persone che hanno lavorato sui loro errori e se ne sono assunte la responsabilità. Si mettono sullo stesso piano dei detenuti ed è per questo che il loro messaggio è così efficace».

Fonte: Pixabay

Il lavoro educativo su minori e ragazzi in carcere è fondamentale, ma è anche delicatissimo e molto complicato. «Per dei giovani con fragilità, a cui mancano figure e relazioni significative, il reato fornisce un’identità, un riconoscimento sociale; è paradossalmente l’elemento catalizzatore che dà finalmente un ordine alla loro vita. E’ per questo motivo che il primo reato raramente rimane isolato e spesso avvia a una vera e propria carriera criminale». Come si può quindi intervenire per evitare che questo accada? «La sfida educativa, difficilissima, sta nell’intercettare il ragazzo in questa prima fase e riuscire a proporgli un’esperienza positiva altrettanto forte che abbia la stessa capacità ordinatrice». La chiave sta nel far loro immaginare un futuro diverso e nel mettere in discussione l’immagine cinica e spesso persecutoria che hanno della società: «Un discorso ricorrente che sentiamo spesso fare ai detenuti durante gli incontri suona più o meno così: “Perché mi trovo in carcere? Io ho rubato 30 mila euro, è vero, ma c’è gente là fuori che lavora in borsa e nella finanza e che ruba molto più di me! Loro però in galera non ci finiscono”. Rispondere a un ragionamento del genere non è affatto semplice; per farlo si ha bisogno di storie altrettanto valide da contrapporvi per dimostrare che sì, ci sono questi aspetti nella società e sono ingiusti, ma ci sono anche molte altre realtà positive e c’è più gusto a vivere in un modo diverso».

E’ a tal scopo che i detenuti vengono spesso coinvolti in alcuni progetti di strutture presso le quali gli studenti lavorano come volontari – cooperative, centri di accoglienza per migranti, ecc. – e sono invitati a realizzare dei prodotti finali da condividere all’interno di questi progetti. «Questo è da un lato un espediente per far sì che nel gruppo si verifichino dei processi importanti, come la rielaborazione della rabbia o del proprio senso d’impotenza; dall’altro serve proprio a mostrare loro delle esperienze sociali diverse da quelle che hanno finora conosciuto e fornire delle rappresentazioni alternative della società». E’ il caso ad esempio di un gruppo di giovani detenuti di San Vittore, formato per due terzi da stranieri, che hanno raccontato le loro esperienze in alcuni articoli e testi destinati a ragazzi immigrati in Italia senza genitori né parenti. «I detenuti si sono davvero appassionati al progetto, perché rivedevano sé stessi in quei ragazzi e volevano dare il proprio contributo affinché non commettessero i loro stessi errori».

Alla domanda se gli incontri abbiano un’influenza non solo sul futuro dei detenuti ma anche su quello degli studenti, la risposta che segue è immediata: «Certamente. Pochi degli studenti andranno a lavorare in carcere, perché purtroppo i concorsi sono pochissimi e sporadici, ma alcuni spesso finiscono con il lavorare in cooperative che collaborano con il carcere. Nel corso degli incontri, inoltre, si rendono conto della forza di alcune dinamiche che pervadono la nostra società: dalla violenza alla realtà della criminalità organizzata, ai corto circuiti a cui può portare il culto del denaro». L’esperienza con i detenuti, tuttavia, spesso pone agli studenti delle grosse sfide anche dal punto di vista psicologico: «I gruppi sono formati per la maggior parte da studentesse e quindi misurarsi con dei giovani detenuti maschi è molto complicato: si devono spesso confrontare con una controparte che ha una visione strumentale e sessista della donna e che in alcuni casi ha al suo interno anche autori di reati a sfondo sessuale». Seguire questo tipo di progetti, quindi, non è affatto un gioco da ragazzi: «E’ un’esperienza forte, per tutte le parti coinvolte, ma le mie studentesse lo sono altrettanto».

Categorie Articoli:
Attualità

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza cookie terzi per le sue funzionalità. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.
Pequod