Ricordi di case d’Europa

Scritto da
Margherita Ravelli

La prima volta che mi è capitato di essere ospitata in una casa straniera avevo diciassette anni. La mia classe al liceo partecipava ad uno scambio culturale con una scuola superiore di Bayonne, città a sud-ovest della Francia, al confine coi Paesi Baschi. La mia gentilissima ospite si chiamava Stephanie ed abitava in una sorta di fattoria un po’ fuori mano. Da brava italiana avevo pensato di portare in dono ai padroni di casa una moka e un pacco di caffè. Non sto neanche a spiegare quanto mi sono sentita imbarazzata quando ho scoperto che le loro cucine erano già provviste di caffettiera! A casa di Stephanie la cucina era il fulcro della casa: al grande tavolo di legno sedeva tutta la famiglia e ad ogni pasto non mancavano mai fragranti baguette su cui spalmare del gustoso foie gras. Di sera, quando noi ragazze rincasavamo dopo un’intensa giornata, spesso trovavamo lo zio di Stephanie seduto in poltrona intento a degustare un bicchiere di pastis, il tipico liquore francese all’anice. Aroma di baguette e profumo di pastis – sono queste le sensazioni che ricollego ai miei giorni francesi.

Un bicchiere di pastis

Qualche anno dopo, passati i primi tre anni di università, realizzo il sogno di vivere per qualche mese nella mia amata Russia e mi trasferisco a Belgorod, in un dormitorio studentesco. Se è vero che gli studentati si assomigliano un po’ in tutto il mondo, gli appartamenti del miei amici russi, dove spesso venivo invitata per cena, li associo ad un’accoglienza e un calore difficili da trovare altrove. Le case in cui sono stata non erano ricche di mobili o suppellettili; in effetti non c’era molto più di una scrivania, un letto, un piccolo armadio e una cucina. Due cose però non mancavano mai negli appartamenti in cui sono stata ospitata: un bollitore per il tè, per offrire qualcosa di caldo agli ospiti infreddoliti appena varcata la soglia, e un piccolo divano-letto. L’ospitalità infatti per il popolo russo non è soltanto un valore fondamentale, ma spesso anche una necessità: la mia amica Katja, studentessa di lingue, ospitava un paio di volte all’anno la madre che veniva a trovarla dalla lontana città russa di Magadan, al confine con l’Alaska. In un Paese grande come la Russia, avere un posto per i parenti venuti da lontano è fondamentale, anche in un piccolo appartamento per studenti.

A casa del mio amico Gosha, mentre ci insegnava a preparare i ravioli russi (Belgorod, 2012)

Tre anni fa in estate mi è capitato di andare a trovare la mia amica Ali a Madrid, dove vive con i genitori e la sorella. Io e Ali ci siamo conosciute in Polonia e l’ultima volta che ci eravamo viste era febbraio e a Lublino, città polacca dove entrambe abbiamo fatto l’Erasmus, la temperatura era di -18 gradi. Quando sono andata a casa di Ali nella capitale spagnola invece era luglio e di gradi ce n’erano quasi 40. Appena arriviamo a casa Ali apre il frigorifero ed estrae quello che all’inizio credo essere del succo di frutta ma che si rivela essere del freschissimo gazpacho, la zuppa fredda di pomodoro tipica della Spagna. Mi spiega che nella loro dispensa non manca mai, anche se preferisce quello preparato da sua madre, la regina del gazpacho. In quei giorni fa davvero troppo caldo per uscire prima del tardo pomeriggio, perciò quando il sole è alto rimaniamo in casa a chiacchierare in salotto, la stanza che mi ha colpito di più. La libreria è colma di libri, molti sono del padre, insegnante di filosofia; Ali mi mostra delle vecchie fotografie di suo papà con gli amici negli anni Settanta, quando ancora c’era Franco e i giovani intellettuali erano spesso considerati dei dissidenti… Mi sembra strano, ma effettivamente spesso dimentichiamo che in Spagna il regime è durato più a lungo di quanto si possa credere. Storia, politica, ma anche tradizioni: nel salotto di Ali ci sono colorati souvenir dalla Costa Brava, fotografie della casa natale della madre, nella verde Galizia e, mio oggetto preferito in assoluto, una piccola statuina dorata raffigurante l’eroe di Cervantes, Don Chisciotte, con il suo fidato Ronzinante e accanto, neanche a dirlo, un mulino a vento.

Don Chisciotte, Ronzinante e un mulino a vento (Madrid, 2014)

Meno calda ma anch’essa ospitale, sebbene in modo diverso, è la casa del mio amico Matteo, italiano espatriato a Berna da qualche anno. Quando quest’estate sono andata a trovarlo era la prima volta che visitavo davvero una città svizzera, essendomi limitata fino a quel momento a transitare per il Paese per raggiungere altre parti d’Europa. L’idea che mi ero fatta degli abitanti e delle loro abitazioni era una sorta di miscuglio fra l’ordine e la precisione tedesca farciti da un pizzico di snobismo alla francese. Inutile dire che la facilità con cui mi ero lasciata andare ai pregiudizi non ha fatto altro che raddoppiare l’effetto sorpresa che mi ha colpita quando sono arrivata da Matteo. “Questo è l’indirizzo, io sono al lavoro, se arrivate prima di me entrate pure, la porta è aperta”. Questo è l’sms che mi ha mandato il mio amico prima che arrivassi fuori dal suo palazzo, in centro città, nell’elegante quartiere dove si trovano consolati e ambasciate. Gi svizzeri, mi spiega, sono molto rilassati e capita spesso che lascino aperti i portoni o che non leghino le biciclette nei cortili. Le case in cui abitano i giovani poi sono l’emblema di questo atteggiamento aperto e senza preoccupazioni: non è raro che si organizzino feste in cui gli inquilini aprono la porta delle loro case a chiunque voglia ascoltare della musica e bere birra. A casa del mio amico Matteo queste serate hanno spesso dei risvolti artistici che a volte lasciano anche il segno, come testimonia l’opera d’arte apparsa dopo una festa sul muro della sua cucina…

La cucina di Matteo (Berna, 2016)

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