Storia di una minoranza musicale: il rebetiko

Scritto da
Sara Alberti

Come scrivere dell’immensità musicale di De André? Con un sentimento di profondo rispetto mi sono lasciata trasportare dagli ascolti e da piccole sensazioni. Un sapore forte di nostalgia, di qualcosa che ricorda la lontananza in sé come stato mentale. Le mie orecchie, abituate e perennemente attratte da sonorità che sanno di est, si sono soffermate su Megù Megun (1990, Le Nuvole) e la più celeberrima Crêuza de (1984, Crêuza de ).

Fulcro di questa attenzione è stato l’inconfondibile suono del bouzouki, un cordofono che assomiglia (detto brutalmente) ad un mandolino con un manico più lungo. È uno strumento dalle radici antichissime che deriva da diversi strumenti a corde già presenti nell’antica Grecia con il nome di pandouris, trichordon (perché, al tempo, aveva tre corde). In generale si può dire che fratelli e cugini di questo strumento si trovano in tutta l’area mediterranea, con qualche incursione in quella mesopotamica, generalmente catalogabili come liuti popolari: cassa armonica piriforme affusolata all’estremità, manico lungo con molti tasti, da tre a quattro corde doppie. La tecnica tradizionale per suonare il bouzouki si basa sull’aumento in velocità dei virtuosismi dell’esecutore: uno degli esempi più eclatanti e che tutti avrete in mente è quello del Sirtaki.

 

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Al di là della musica per danza, il genere musicale che vede la centralità assoluta di questo strumento è il rebetiko, una musica di pathos e disagio, caratterizzante personaggi ai margini della società. Un genere musicale al pari del  jazz, del blues, del fado e del tango (ovviamente contestualizzati nel periodo che vede la nascita di ognuna di queste perle musicali) e che appartengono a categorie sociali considerate “ultime”. Immaginatevi di essere in una grande città commerciale greca a inizio Novecento: Smirne, Salonicco, il porto di Atene; immaginate un miscuglio razziale composto da greci, turchi, europei qua e là, colonie di ebrei, di egiziani. Nei caffè greci tekédhes, tra i fumi dell’hashish i rebetes cantavano le loro storie di amori impossibili perché illeciti, aneddoti sulle galere, carcerati e polizia, avventure di droga che si facevano beffa delle forze dell’ordine utilizzando termini gergali per sfuggire alla censura.

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Parlo di disertori, di criminali che attraverso la musica trovavano la valvola di sfogo accettata (più o meno) dalla società e dai suoi ascoltatori. Un elemento che accomuna questi generi musicali che vogliono distaccarsi da tutto ciò che rappresenta le regole, l’ordine imposto, la musica “colta” rappresentante gli alti strati della società, è sicuramente l’improvvisazione: l’aspetto per cui oggi siamo totalmente rapiti e appassionati da queste musiche. Come in tutti i generi musicali si vede anche la tipizzazione del musicista nella società: traspariva un atteggiamento di forte misoginia, l’omaccione che fa il duro con baffi e capelli lunghi, brillantina come se piovesse, vestiti trasandati e larghi per nascondere i coltelli.

Dagli anni ’50 questo genere abbandona i malfamati caffè dei porti greci per aprirsi a stili e pensieri più moderni. Questo grazie a musicisti che ripresero lo stile e il bouzouki, come nel caso di De André, che nelle sue canzoni è riuscito a dar voce e umanità agli emarginati oltre che a porre le basi per quel successivo filone di musica etno-folk-rock.

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