Tracciabilità dei prodotti, bio e km 0: non solo marketing

Scritto da
Alice Laspina

“Tutto naturale”, “senza sostanze chimiche”, “qualità e freschezza” sono forse le scritte più accattivanti per il consumatore che, tra gli affollati reparti di un supermercato, vuole essere rassicurato sulla bontà e la genuinità dei prodotti da portare a tavola. Ci sono però indicazioni più precise che ci permettono di fare la spesa in modo più consapevole, slogan pubblicitari a parte, sia per la propria salute che per il rispetto dell’ambiente.
Ne abbiamo parlato con Eva Oliveri, tecnico della prevenzione negli ambienti e nei luoghi di lavoro presso l’ufficio di Sanità Pubblica del Dipartimento di Igiene e Prevenzione sanitaria dell’ATS di Bergamo. «Il mio lavoro consiste nell’attività di vigilanza presso esercizi di ristorazione pubblica e collettiva, esercizi di vendita al dettaglio e grande distribuzione, aziende di produzione di prodotti alimentari e laboratori artigianali e nella vigilanza presso strutture acquedottistiche, compresa l’attività di campionamento di acqua potabile di rete e prodotti alimentari vari».

Partiamo dai fondamentali: qual è la differenza tra prodotti “biologici” e prodotti “naturali”?

«I prodotti biologici sono prodotti coltivati nel rispetto di norme stabilite dal Parlamento europeo, quindi a livello comunitario, e dagli enti certificatori del settore, quelli che ogni consumatore può identificare leggendo l’etichetta dei prodotti. I prodotti naturali sono prodotti coltivati secondo le regole dell’agricoltura tradizionale o naturale, come la chiamano in tanti.
La differenza tra produzione biologica e la coltivazione tradizionale, è che nella prima vengono utilizzati gli antiparassitari e concimi non dannosi per l’uomo e per l’ambiente, quindi vengono usati composti di origine naturale e non vengono utilizzati OGM (Organismi Geneticamente Modificati); nella seconda questi prodotti possono derivare da sostanze chimiche, talvolta nocive per l’uomo.
La cosa positiva del biologico non è tanto la differenza di sostanza, nutrizionale o di gusto, rispetto al prodotto che non lo è, ma nel metodo di produzione, che ha meno impatto sull’ambiente e quindi sulla salute dell’uomo».

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E i prodotti a km 0?

«Sono i prodotti che vengono reperiti nella zona di produzione o a pochi chilometri e acquistati direttamente dal produttore, senza intermediari tra questi e il consumatore. Sono prodotti locali, quindi, venduti nella stessa zona in cui vengono coltivati. La garanzia di freschezza è massima quando si parla di filiera corta, perché non ci sono lunghi trasporti né passaggi intermedi, non ci sono camion che fanno i chilometri per portare i prodotti al confezionamento e alla distribuzione, perdendo di qualità e aumentando i loro prezzi finali».

Ora che abbiamo capito il significato di denominazioni tanto comuni ma spesso usate in modo improprio, facciamoci qualche conto in tasca. In tutta onestà, possiamo dire che i prezzi di questi prodotti sono spesso un po’ alti: motivazioni ragionevoli o questione di marketing?

«Il problema del prezzo è che il raccolto della coltivazione biologica ha una resa inferiore rispetto a quella tradizionale, dovuto proprio a metodi e mezzi di coltivazione, perché utilizza strumenti che magari hanno meno efficacia e richiede più tempo per annientare i parassiti nella pianta coltivata, di conseguenza i prodotti costano un po’ di più.
Ne vale la pena, ma relativamente: a mio parere, bisogna stare attenti a certe strategie di marketing aggressive, che spingono sull’influenza psicologica sul consumatore. Non sempre “biologico” significa “più buono” e quindi “più caro”. Personalmente preferisco comprare a km 0 in un’azienda della mia zona, dove magari conosco la ditta e so come lavora, per avere più garanzie su genuinità e freschezza di quello che compro».

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Le etichette ci aiutano a capire qualcosa in più del prodotto che stiamo per comprare?

«Alla luce del nuovo Reg. CIE 1169/2011, recentemente entrato in vigore, sull’etichettatura dei prodotti alimentari, l’etichetta diventa più chiara, trasparente e completa fornendo anche una serie di indicazioni nutrizionali disciplinate a loro volta dal Reg. CIE 1924/2006, relativo alle indicazioni nutrizionali e alla salute fornite sui prodotti alimentari. Quindi sì, le etichette sono trasparenti, perché per esempio se indicano “oli e grassi vegetali” tra gli ingredienti, deve essere indicata la natura specifica degli oli e dei grassi impiegati (olio di palma, olio di colza, olio di cocco…). Con il nuovo regolamento è diventata obbligatoria anche l’indicazione di origine per le carni suine, ovine, caprine e pollame, che prima non c’era, il che è importante, in quanto nei vari Stati ci sono metodi di allevamento differenti.
Si tratta di un sistema normativo in evoluzione, quello delle etichettature; ad esempio si è diffusa da poco la notizia a proposito dell’indicazione obbligatoria per l’origine del latte. In generale, è tutto più chiaro da anni».

Ci sono dei punti critici, dei nodi irrisolti in questi ultimi testi normativi?

«La criticità dell’ultima normativa è che non è estesa a una più ampia gamma di prodotti per l’indicazione dell’origine degli stessi. Tutti gli ingredienti dei prodotti dovrebbero essere “tracciabili”: se compro un pacco di pasta e leggo “farina di grano duro”, preferirei sapere da dove arriva il grano utilizzato, perché magari preferisco portare a tavola prodotti del mio territorio d’origine, per questione etica o altro».

Cosa può fare l’ATS per incentivare il consumo di prodotti bio e a km 0?

«Veramente l’ASL da parecchi anni è attiva nelle campagne di informazione sulla nutrizione e, come posso verificare durante le mie ispezioni, la maggior parte delle aziende di ristorazione scolastica ha accettato l’invito ad utilizzare prodotti biologici e di provenienza locale, il che è già un buon risultato».

Un consiglio personale a tutti i consumatori per riempire il carrello in modo più consapevole?

«Leggere bene le etichette e scegliere possibilmente prodotti locali, sempre; l’ideale, poi, sarebbe raccogliere informazioni in merito alla localizzazione dell’azienda, per capire se occupa e coltiva in terreni situati in zone poco salubri (ad esempio, vicino ad autostrade o in zone industriali)».

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