Voci di periferia ci parlano di Nuovi schiavi, Studio del limite di X

Scritto da
Sara Alberti

Una settimana dedicata al tema della schiavitù e un tema pensante e al contempo delicato da affrontare. Voci di periferia, una nuovissima compagnia teatrale ha dato la propria idea di schiavitù contestualizzata ai nostri tempi con lo spettacolo Nuovi Schiavi, Studio del limite di X. Le voci di periferia di Serena Gotti, Alice Laspina e Alberto Pedruzzi mi hanno raccontato il percorso della compagnia e dello spettacolo. La compagnia nacque insieme allo spettacolo. Conosciutisi al progetto Young del teatro Donizetti, consci del desiderio di lavorare con l’altro, si sono buttati nel progetto dello spettacolo.

L’occasione

La spinta decisiva per l’inizio di questa promettente collaborazione è stata dell’evento Wake Up di fine estate, organizzato dal Civico G10 del paese di Torre Boldone, in provincia di Bergamo. L’idea di questi giovani organizzatori, nella seconda edizione del loro evento, era quella di ospitare artisti di vario genere. I ragazzi del progetto, essendo compaesani di Alberto e a conoscenza del suo percorso di studi teatrali, lo coinvolsero direttamente per la partecipazione all’evento; continua Alberto: «Questo succedeva a marzo. Poi, nel corso dei mesi successivi, riflettendo sul da farsi e su quello che volevo portare come contributo artistico all’evento, ho deciso di coinvolgere Serena e Alice per creare insieme a loro un nuovo spettacolo: Nuovi schiavi. Studio del limite di X. La collaborazione lavorativa tra noi era già nell’aria».

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Alberto Pedruzzi

L’idea

Si parte dall’analisi del concetto di vuoto: ragionando sull’evento Wake up, all’interno del quale lo spettacolo e la compagnia avrebbero debuttato, l’effetto desiderato era quello di risvegliare la comunità e in particolare quella giovanile del paese. Coincidenza vuole che i tre attori avessero da poco lavorato sull’improvvisazione intorno al tema del vuoto all’interno del loro percorso donizettiano. Unite queste due antitesi, hanno iniziato individualmente una raccolta di materiali inerenti ai temi: da testi filosofici, testi di canzoni, quadri, libri. Confrontatisi, hanno scelto come testo di partenza il Mito della caverna di Platone, rielaborandolo in maniera personale e in chiave moderna. «L’interesse sul tema era comune: a tutti era chiaro questo paradosso, questo ossimoro per cui quello che ti connette in realtà tende ad allontanarti sempre di più dagli altri. In realtà è un pensiero abbastanza comune, però abbiamo voluto svilupparlo agganciandoci a una storia e ricostruendo delle immagini: se gli uomini si trovassero, oggi, in un luogo non luogo, come poteva essere la caverna di Platone, e solo uno di loro decidesse di uscire, cosa troverebbe al di fuori? Quale potrebbe essere il suo percorso? Con questo spettacolo, l’obbiettivo è quello di tirare un pugno nello stomaco (in senso lato), lasciare che il pubblico rimanga basito e che rifletta su quel che ha visto mentre se ne torna a casa. Donare uno spunto di riflessione: è questo quel che ci interessa. Ragiona e svegliati, wake up!» approfondisce Alice.

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Alice Laspina e Serena Gotti nella scena della “Bottega del Nulla”

Schiavitù mascherate e nuovi schiavi

Il pensiero dei tre attori verte sull’autoschiavizzarsi in una quotidianità che spesso preclude di essere liberi. Un tipo di schiavitù del pensiero che colpisce un po’ tutti, anche perché legata sia in generale ai nuovi media, ma anche all’apparire. Mi spiegano: «Lavorare sull’apparenza è anche lavorare sugli opposti, sulla realtà e la concretezza. Può sembrare una cosa molto banale e basilare da dire: perché ci schiavizziamo da soli all’interno della società consumistica, quindi è qualcosa di incentrato non solo sulle nuove tecnologie. Distinguere i bisogni e uscire dal circolo vizioso degli acquisti inutili ragionando sul rapporto tutto-nulla che spesso, come nella fisica, sono la stessa cosa. Quello che accomuna le schiavitù a livello professionale, emotivo-relazionale e sociale è l’ANNICHILIRSI. Dove finisce la tua libertà inizia quella di un altro, ma quando ti ritrovi costretto e senza possibilità di scelta, sei schiavo. La schiavitù oggi esiste, solo che è molto più subdola, sottile e camuffata».

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Alice Laspina nella scena di “Miss Vanità”

Nuovi schiavi. Studio del limite di X

Si vede il mondo in modo diverso: quello della “schiavitù tecnologica”. Il modo in cui viene portato alla luce dai tre attori prende in giro il mondo. Un lavoro molto personale sul tema per cui è l’artista a creare qualcosa che possa essere al meglio comunicato con il mezzo Teatro. «Abbiamo preso questo tema e ci abbiamo messo del nostro dall’inizio alla fine perché, oltre al testo, oltre al lavoro sullo spettacolo in sé, ci siamo occupati di disegnare la scenografia, siamo andati a recuperare gli oggetti di scena dai cassonetti della discarica, abbiamo pensato e costruito le quinte e l’intero palco, il disegno luci e affrontato anche i problemi logistici e burocratici con il comune di Torre Boldone». Attori – tuttofare.

Voci di periferia dopo il debutto

I commenti sullo spettacolo: chiesti, cercati e accettati. I tre attori mi sembrano persone molto aperte, molto intelligenti e con una grande volontà di crescita personale attoriale e di gruppo. Se in un lasso di tempo di circa due mesi hanno messo in piedi uno spettacolo (di un’ora piena), si applaude ma non ci si accontenta: per loro questo spettacolo non è il prodotto finito.

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Alberto Pedruzzi e Serena Gotti in una scena dello spettacolo

Il futuro e il lavoro

Ora l’obbiettivo sarà quello di lavorare sulla drammaturgia e sulla scrittura del testo per rendere tutti in qualche modo più evocativo, far si che non tutto passi per forza attraverso le parole. «Esistono dei punti critici che abbiamo osservato anche noi; l’obbiettivo sta nell’esigenza di andare a lavorare proprio su quei punti per far sì che ci sia una giusta dose di ambiguità che allo stesso tempo aiuta a lasciare un libero pensiero – chiaramente accompagnato e indirizzato da chi lo propone, ma con un certo grado di libertà. Se tutto viene spiegato, soprattutto a teatro, è un po’ come se venisse già svelato il finale».

Il passo successivo è portare Nuovi schiavi nei teatri, con la speranza e l’obbiettivo di iniziare a fare di questo progetto una professione. Adattare lo spettacolo ad un pubblico più esigente e dall’occhio abituato a questa forma d’arte, sarà uno dei punti chiave del lavoro, direttamente collegato alle modalità di espressione: come parlare, come esprimere i concetti, avere una migliore consapevolezza sulle propre forze a livello di gruppo. Questo, per trovare un’identità e per rendere il prodotto veramente teatrale, con una certa padronanza di quelle che sono le tecniche più funzionali.


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